Vincenzo Vita

 

Gianni Toti, acuto arti­sta e poeta d’avanguardia scom­parso qual­che anno fa, ricor­dava spesso che l’etimo di «tele­vi­sione» è «guar­dare lon­tano»: oppor­tu­nità for­nita ad un pub­blico final­mente largo. Non per caso, il vec­chio tubo cato­dico, ora sop­pian­tato dal lin­guag­gio numerico-digitale, fu una delle sco­perte straor­di­na­rie dell’umanità. E il suo spe­ci­fico, per dirla con Angelo Guglielmi, è la rap­pre­sen­ta­zione della verità, per­sino più della messa in onda di pro­grammi artefatti.

Adusa alla rou­tine delle ceri­mo­nie media­ti­che, quando l’Evento Straor­di­na­rio soprav­viene ed incombe inat­teso, la tele­vi­sione gene­ra­li­sta pub­blica perde colpi.
È suc­cesso una set­ti­mana fa, a fronte della tra­ge­dia comin­ciata a Parigi nella reda­zione di Char­lie Hebdo alle 11,30 di mer­co­ledì 7 gennaio.

Pur­troppo, una forma ine­dita di ter­ro­ri­smo entrata via via in scena – in cui reli­gione e ideo­lo­gia fanno corto cir­cuito — ha tra­volto un Occi­dente impre­pa­rato, e di sovente com­plice con le sue guerre «demo­cra­ti­che» della genesi di un fon­da­men­ta­li­smo estremo. Non per caso la libertà di satira, il genere meno ras­si­cu­rante per ogni cul­tura di potere, è stata la vit­tima desi­gnata di omi­cidi per­pre­tati in nome di un Dio con­si­de­rato intoccabile.

Quanto è acca­duto ci deve far riflet­tere sulla crisi cul­tu­rale in un pia­neta glo­bale sì, ma privo di uno Sta­tuto comune dell’essere umano. Va sot­to­li­neato che le morti fran­cesi non sono diverse da quelle della Nige­ria o dei luo­ghi dimen­ti­cati del map­pa­mondo, ma il dramma è arri­vato nella Metro­poli e non pare affatto un feno­meno iso­lato. Così, è stato giu­sta­mente osser­vato che non pochi lea­der della prima fila della mani­fe­sta­zione di Parigi hanno gravi pec­cati sul grop­pone, pro­prio in mate­ria di diritto all’informazione.

Insomma, com­pito pri­ma­rio del ser­vi­zio pub­blico è di far vivere minuto per minuto gli acca­di­menti, bagnan­dosi fino in fondo nella realtà. È qui l’essenza del «pub­blico»: la garan­zia di «vedere lon­tano», attra­verso le moda­lità gra­tuite della dif­fu­sione. La «cit­ta­di­nanza» mediatica.

Per­ché la Rai in quelle ore ha lasciato solo alla bene­me­rita radio (ingiu­sta­mente sot­to­va­lu­tata) e alla rete «all news» il dovere fon­da­tivo del ser­vi­zio pub­blico? Ne ha detto giu­sta­mente il Fatto Quo­ti­diano. Era così dif­fi­cile fare il «simul­cast», vale a dire con­net­tere le tra­smis­sioni non stop di Rai­news con uno dei canali tele­vi­sivi gene­ra­li­sti? Niente da dire sulla testata spe­cia­liz­zata, pre­miata da un ascolto di quasi cin­que volte supe­riore alla media gior­na­liera. Tut­ta­via, il con­sumo tele­vi­sivo ha le sue regole: l’eccezionale 2,23% di Rai­news non può com­pe­tere con pla­tee dieci volte maggiori.

La7 è stata bene in campo, a dimo­stra­zione che anche con risorse infe­riori è pos­si­bile l’offerta non stop del tempo reale. E nep­pure sono stati un rie­qui­li­brio gli «spe­ciali» della sera del giorno, ormai tardivi.

La com­mis­sione par­la­men­tare di vigi­lanza sta discu­tendo di una riso­lu­zione sull’informazione. Si dirà che la prio­rità della Rai è foto­gra­fare in movi­mento l’attualità, tra­sfor­mando le infor­ma­zioni in un «bene comune»? Ser­gio Zavoli, nell’intervento svolto nell’aula del Senato la sera di lunedì 12, ha citato l’affermazione di Einaudi «cono­scere per deli­be­rare». E infor­mare è conoscere.

Al riguardo, la Rai non potrebbe varare sul nuovo ter­ro­ri­smo qual­cosa che riprenda lo stile della «Notte della Repub­blica», il programma-modello pro­prio di Zavoli? Per uscire da con­for­mi­smi ed insi­diosi pen­sieri unici.

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