di Enzo Scandurra

Vedo con cre­scente pre­oc­cu­pa­zione una pos­si­bile e pro­ba­bile solu­zione finale alla nota e ter­ri­fi­cante vicenda di "mafia Capi­tale". E cioè: una serie di arre­sti di noti e meno noti cri­mi­nali, una serie di con­danne a espo­nenti poli­tici presi tra tutti i par­titi, la car­riera inter­rotta di altri lan­ciati verso un suc­cesso per­so­nale sicuro, il discre­dito di per­sone magari ten­den­zial­mente one­ste ma che hanno avuto la sven­tura di "incon­trare" nel loro per­corso la rete del malaf­fare dif­fuso, il sacri­fi­cio di molti one­sti ancor­ché inge­nui, mal­de­stri o incauti. Dopo­di­ché fine di una brutta sto­ria; next please! si riparte. Il popolo dimen­tica rapi­da­mente, aiu­tato dai media sem­pre a cac­cia di sen­sa­zio­na­li­smi e nuovi untori.

E’ vero invece che diverse con­cause – che hanno radici lon­tane nella mala­po­li­tica — hanno con­corso insieme per con­durre l’amministrazione romana verso que­sto esito tra­gico e che a ten­tare un’analisi delle respon­sa­bi­lità, la rete delle com­pli­cità si pro­paga senza fine come le onde di uno sta­gno dove si è get­tato un sasso. Biso­gne­rebbe ana­liz­zarle con calma que­ste cause distin­guendo tra reati giu­di­ziari veri e pro­pri (a que­sto ci pensa la magi­stra­tura) e com­por­ta­menti poli­tici magari non per­se­gui­bili penal­mente ma che non assol­vono coloro i quali, magari più scal­tri, hanno cam­mi­nato sul filo della lega­lità per­dendo di vista la bus­sola dei codici ideo­lo­gici di rife­ri­mento e l’etica poli­tica.

Da ultimo c’è il popolo romano, un popolo a volte cinico, disin­can­tato quello che, come ricorda Paso­lini, ha una sola espres­sione per mani­fe­stare il pro­prio stu­pore: "Anvedi oh!". Anche lui non è inno­cente, pronto sì a riti­rare la fidu­cia a chi ha sba­gliato, ma altret­tanto super­fi­ciale nel farsi ingan­nare da nuovi miti. Dif­fi­cile che que­sto popolo si tra­sformi in cit­ta­di­nanza attiva, sen­si­bile ai pro­pri doveri e ai pro­pri diritti; esso è sem­pre pronto invece a farsi abba­gliare da obiet­tivi sor­pren­denti (il nuovo sta­dio della Roma, le Olim­piadi pros­sime).

Detto così quella romana sem­bre­rebbe una situa­zione senza vie d’uscita, ma è pro­prio a par­tire da que­sta cruda realtà che può pren­dere forza (altro che rim­pa­sti e com­mis­sa­ria­menti) l’ipotesi di un risve­glio della Poli­tica, intesa, come soste­neva Michele Pro­spero in un arti­colo di qual­che giorno fa (il mani­fe­sto del 3 scorso), come pas­sione ideale, impe­gno pub­blico, senza i quali tutto, prima o poi, ritor­nerà come prima. In que­sto qua­dro deso­lante c’è la soli­tu­dine di gran parte delle per­sone che con­du­cono una vita one­sta ma che non hanno più rap­pre­sen­tanti nell’amministrazione e nella poli­tica in gene­rale.

Coloro che vor­reb­bero vedere una città pulita, che non nutrono ran­core nei riguardi dei poveri e degli immi­grati, che, anzi, li accol­gono e li aiu­tano, coloro che affron­tano con dignità le dif­fi­coltà quo­ti­diane, coloro che fanno bene il pro­prio lavoro anche quando è mal pagato e rischiano di rima­nerne fuori al minimo segnale di crisi. Ma costoro non fanno numero, spesso diser­tano le urne, sono silen­ziosi e tanto più ina­scol­tati, invi­si­bili e afoni nel circo della poli­tica che grida e strilla.

Quando si parla di "par­te­ci­pa­zione" (parola diven­tata quanto mai insi­diosa da maneg­giare) è a costoro che biso­gne­rebbe pen­sare e par­lare, oltre che ascol­tare con umiltà. Per­ché anche il rito della cosid­detta par­te­ci­pa­zione, senza quel corol­la­rio di pas­sioni e virtù civi­che neces­sa­rio, senza un con­te­sto valo­riale che la defi­ni­sca, ha pro­dotto, e pro­duce, danni e nuove emar­gi­na­zioni. Essa assume il sapore di con­trat­ta­zione e di media­zione tra inte­ressi in gioco e, in nome del rea­li­smo poli­tico, scade assai spesso ad oppor­tu­ni­smo, puro adat­ta­mento alla realtà. Ogni volta che essa è stata invo­cata, sia da gruppi orga­niz­zati sia da ammi­ni­stra­tori scal­tri, ha inne­scato un corto cir­cuito che ha messo fuori gioco le voci più deboli e più fra­gili allar­gando la rete delle com­pli­cità. Ha, qual­che volta, creato ulte­riori aggre­ga­zioni di poteri che si sono som­mati a quelli già esi­stenti rafforzandoli.

A Roma, tutti lo dicono, non si è mai rotto il patto nefa­sto tra ammi­ni­stra­zione e "mat­tone", ovvero quella giun­gla di inte­ressi che ruota intorno al con­sumo di suolo, alle con­ces­sioni ad edi­fi­care facili, al trat­ta­mento dei rifiuti. Il ter­ri­to­rio resta sem­pre il con­vi­tato di pie­tra sia per­ché dispo­ni­bile a nuove (quanto inu­tili) costru­zioni, sia per­ché altret­tanto dispo­ni­bile ad acco­gliere i rifiuti pro­dotti dai cit­ta­dini. Forse Marino aveva ini­ziato a col­pire que­sti inte­ressi — ancora non lo sap­piamo con cer­tezza — ma certo qual­cuno, o lo stesso Sin­daco, dovrà pur farlo se dav­vero non vogliamo rima­nere impi­gliati in que­sto tra­gico destino ver­go­gnan­dosi di essere romani.

Come mai biso­gna appel­larsi sem­pre più spesso, noi di sini­stra, alle parole di Papa Fran­ce­sco? "Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgo­gliose e addi­rit­tura vani­tose. Città che offrono innu­me­re­voli pia­ceri e benes­sere per una mino­ranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fra­telli, per­sino bam­bini. Città che costrui­scono torri, cen­tri com­mer­ciali, fanno affari immo­bi­liari ma abban­do­nano una parte di sé ai mar­gini, nelle peri­fe­rie, che demo­li­scono barac­che, imma­gini tanto simili a quelle della guerra"? Per­ché ci è acca­duto di non essere più noi a pro­nun­ciare que­ste sem­plici frasi?

Ini­zia da qui la deca­denza della poli­tica che si fa mestiere e pro­fes­sione in nome di un’efficienza tec­nica senza volto, di un "buon governo" di pre­sunti one­sti che non sa da che parte stare e da che parte andare. Salendo su un taxi a Napoli, il con­du­cente venuto a cono­scenza della mia pro­ve­nienza romana, ha detto: "Sono con­tento di quanto vi sta suc­ce­dendo, sem­brava che la colpa fosse tutta di Napoli e di noi sudi­sti strac­cioni". Amara con­so­la­zione la sua per essere stati messi tutti insieme nel pan­tano nazionale.

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