Dai Tabacchi ai Palazzi
di Leonardo Caponi
Quella per il mantenimento della Manifattura Tabacchi a Perugia, alla metà degli anni ’60, fu una battaglia dura e coraggiosa. Tutte le lotte delle tabacchine umbre ebbero, del resto, un carattere epico. Il tabacco fu una delle principali risorse della rinascita economica del secondo dopoguerra. Il ciclo iniziale della produzione industriale di sigari e sigarette (raccolta, conservazione e lavorazione delle foglie) occupava in Umbria una manodopera molto numerosa, quasi esclusivamente femminile, che, insieme ai minatori dei giacimenti di lignite, erano le componenti fondamentali del proletario industriale che, con i mezzadri, dette vita a grandi movimenti di difesa del lavoro e riscatto sociale i quali, nonostante le drammatiche sconfitte finali, contribuirono alla modernizzazione di una regione arretrata. Le “mondine” umbre erano costrette a condizioni di lavoro precarie, molto gravose, pochissimo retribuite, spesso insostenibili. Lavoravano per mantenere la famiglia, perché molti dei loro mariti, nella fase di congiunzione tra la crisi della mezzadria e lo sviluppo industriale, avevano perso il podere. Si chiamavano, con espressione dialettale perugina, i “caseng(u)eli”. Le foto in bianco e nero dell’epoca, scattate all’interno dei tabacchifici, danno conto di reparti cadenti e angusti, nei quali le tabacchine lavorano pigiate una sull’altra come sardine o di gruppi di donne, in altri locali che, in camice da lavoro, sembrano le detenute di reclusori penali o manicomi. L’igiene e la sicurezza ambientale erano praticamente ignorate. Eppure c’era, tra le altre, una fase della lavorazione del tabacco, il cosidetto “imbottamento”, particolarmente rischiosa, che esponeva le lavoratrici alla inspirazione di polveri pericolose all’origine di varie patologie tra cui la tubercolosi. Questo spiega il carattere ribellistico e rabbioso che assumeva sovente la loro protesta, ma anche la determinazione e la forza di un movimento che, per il fatto stesso di essere animato da donne, nell’immaginario del movimento operaio dell’epoca fu assunto e dipinto, a ragione, con i contorni dell’epopea.
La decisione del Monopolio Tabacchi, a seguito della ristrutturazione del settore, di chiudere i tabacchifici in Umbria per trasferirne le lavorazioni a Chiaravalle, fu un duro colpo per l’occupazione. Le possibili alternative a Perugia, l’Angora Spagnoli e la Perugina, non erano ancora nella fase di piena espansione e del resto l’età per lo più avanzata delle tabacchine rendeva problematico il loro, si direbbe oggi, reimpiego. Chi non poté o volle trasferirsi nelle Marche, rimase senza lavoro.
Con la demolizione dell’ex Tabacchificio di via Cortonese se ne andrà un pezzo di storia recente della città. Il Comune ci manderà le ruspe per sostituire quel reperto di archeologia industriale con un complesso edilizio, prevalentemente di social housing, una specie di premium class, tra businnes ed economy, delle case. La notizia è filata via senza commenti, ma forse ne merita. Quale sia il senso di aggiungere nuova offerta abitativa in un’area già congestionata dal cemento e dal traffico, con centinaia di appartamenti nuovi sfitti o invenduti e costruzioni degradate che andrebbero recuperate, è difficile da comprendere. C’è stato un tempo nel quale la vecchia amministrazione aveva destinato l’edificio, progettato dal nome illustre dell’architetto Nervi, a Polo dell’Alta Tecnologia. La cosa non era astrusa essendo presenti in Umbria numerose imprese di eccellenza ed essendo Perugia gemellata con l’americana Seattle, sede della Boeing e della Microsoft, con cui si sarebbe potuto ipotizzare una joint venture perugina. Una strada difficile, ma che, in realtà, non è mai stata percorsa. Si potrebbe (ri)tentare. Se non se ne viene a capo c’è la scelta più semplice e bella che si possa immaginare. Restituire la terra alla terra; recuperare uno spazio; allargare, di là dalla strada, il parco Chico Mendez: lasciare un grande prato verde, con al centro la vecchia ciminiera in ricordo del tempo che fu.




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