di Gian Filippo Della Croce

 

PERUGIA - Probabilmente  alle prossime elezioni regionali sarà più facile per gli opposti schieramenti trovare candidati piuttosto che elettori, vista la rarefazione di questi ultimi nelle recenti elezioni regionali in Calabria ed Emilia nonchè la scarsa partecipazione alle primarie del PD in Veneto e Puglia. Che fine hanno fatto gli elettori? Pare che a Renzi non importi gran che, anche se il suo sembra un atteggiamento di facciata dal momento che per qualsiasi partito o movimento in democrazia resta sempre difficile giustificare un risultato, pur se positivo come sono state le due tornate elettorali per il PD, segnato da una scarsa affluenza alle urne. Fine dell’effetto Renzi? Può darsi, dal momento che il segretario-primo ministro del PD ha per certi versi messo le mani avanti dicendo che le elezioni si debbono fare sulle proposte e non sulla sua persona.

Giusto, ma le proposte? Dove sono i risultati dei numerosi tavoli tematici sorti alla Leopolda? Per quanto riguarda le riforme strutturali annunciate ormai da troppo tempo l’attesa per la loro realizzazione si sta facendo sempre più aleatoria e anche questa può essere una ragione della disaffezione degli elettori. Un ulteriore pericolo di tale situazione è che essa possa rappresentare un crescente processo di indebolimento della politica e questo renderebbe assai problematico il confronto con la burocrazia e i cosiddetti poteri forti nel contesto della annunciata sfida renziana ai loro  privilegi e rendite di posizione e di interdizione ,al fine di realizzare le tanto agognate riforme, che il presidente del consiglio annuncia un giorno si e l’altro pure.

Il dubbio è quello che potrebbe sorgere nel pensare che la presunta lotta alla burocrazia e ai poteri non sia altro che una materializzazione della necessità di trovare un nemico  che la destra non può più incarnare, in quanto in parte è al governo e in parte ha sottoscritto un accordo con il premier. Insomma niente altro che le vecchie regole del gioco della vecchia politica ma proposte nella stagione degli schieramenti confusi, dei partiti liquidi, dei movimenti magmatici e ondivaghi ,tutto il contrario dello scenario in cui si innestava  l’ effetto “nemico” di democristiana memoria.

Il rischio è proprio quello di non riuscire a scalfire il potere della burocrazia e dei burocrati, che dopo un momento di disorientamento hanno serrato le file e marciano più compatti di prima nella difesa dei loro interessi e nella gestione effettiva del potere. E’ questo che vedono i cittadini elettori, una cospicua componente dei quali riempie le piazze della CGIL per manifestare contro la disoccupazione e le politiche di tagli e austerità e le parole (di Renzi) possono non bastare più a canalizzare l’interesse popolare  e del ceto medio verso un mondo di riforme di là da venire.

Servirebbe allora che intorno al leader ci fosse una classe dirigente degna di questo nome , un ceto politico che  conosca profondamente la complessità della macchina statale e conosca altrettanto a fondo riti e linguaggi della burocrazia per combatterne rendite e conservatorismi che il premier ha più volte bollato come la palla al piede per lo sviluppo del paese. Ma classe dirigente e ceto politico non sono attualmente all’altezza della situazione ne si vede il modo in cui potrebbero esserlo, perché se la liquidità attuale della politica può in qualche modo giustificare la centralità autoreferenziale di Renzi non favorisce certamente la formazione della classe dirigente necessaria a sostenere quel “cambiamento di verso”, che è un mantra delle esternazioni del presidente del consiglio. Il sospetto è che non siamo morti democristiani ma non moriremo nemmeno renziani,  mentre i burocrati stanno A guardare e continuano come se neinte fosse.

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