di Leonardo Caponi

PERUGIA - Alla Assemblea regionale del Pd della settimana scorsa è risuonata, ostentatamente proclamata e ripetuta fino a dominare il campo, la parola magica: Cambiamento. E si è consumato uno scontro che, in tempi di altre dimensioni della politica, si sarebbe definito epico, tra quest’ultimo e la Conservazione, scontro plasticamente rappresentato dalla aspra interlocuzione del giovane segretario regionale Leonelli con l’antico capogruppo Locchi. Quest’ultimo, uomo di esperienza e prestigio, è apparso alla tribuna come un D’Alema in salsa umbra, leader quasi intimorito e impotente di fronte alla furia iconoclasta della Grande Mutazione che, evocata come uno spirito salvifico, aleggia ovunque e domina ormai in quel partito. Eppure, Renato non stava dicendo cose prive di buon senso.

Affermare che l’antiberlusconismo ha coperto molte magagne del Pds-Ds-Pd è certo vero, ma che gli elettori lo votavano solo perché faceva un po’ meno schifo della destra è una esagerazione della realtà e, soprattutto, così dissacrante da assottigliare considerevolmente le ragioni di una comune appartenenza. Lo stesso Locchi e, più tardi, Bocci, costui con l’autorevolezza e il realismo del Campione delle Preferenze, hanno poi messo in guardia su un altro rischio. Chi porta i voti al Pd in Umbria? Il Cambiamento o il Sistema di Potere? Perché un conto è, lisciando anche il pelo alla marea montante dell’antipolitica, prendere voti per elezioni generali, un altro guadagnarsi il consenso per elezioni locali nelle quali il rapporto con gli elettori e la loro “domanda”, che sia spontanea o “indotta”, è di segno del tutto diverso.

E, poi, il Cambiamento che cosa è? Nella filosofia renziana è divenuto una tautologia, quasi che un termine che ripete se stesso senza mai specificarsi, avesse, per questo, un valore positivo, “rivoluzionario” o addirittura palingenetico. Il cambiamento non può essere buono per definizione. Ci sono cambiamenti belli e cambiamenti brutti. Se è riferito poi al corso spontaneo delle cose, non è nemmeno un cambiamento. Ed è quello che viene da pensare guardando all’assise del Pd. Intanto perché non si è parlato di programmi. La loro fugace apparizione (vedasi documento finale), che è sembrata più un adempimento di rito o un obbligo formale che questione di sostanza, ne ha messo in risalto la somiglianza con quelli che accompagnarono la elezione di Catiuscia Marini cinque anni fa e che formalmente ispirano la politica attuale del Pd umbro. Dov’è il Cambiamento?

Quanto poi ai contenuti, c’è da rimanere sconcertati nel vedere che la mancanza di lavoro non occupa imperiosamente il primo posto nell’elenco dei problemi, ma è preceduta da, in rapporto ad essa, quisquilie minori, in una visione surreale di un’Umbria smart delle professioni e dell’imprenditoria depurata dalla sofferenza e dal conflitto sociale.

La riunione è servita per scegliere la candidata Presidente, limitandosi per il resto a delimitare i confini di quello che sarà, probabilmente, un durissimo campo di battaglia. E’ una cosa di per se positiva, perché sgombra il terreno da una incertezza politica che avrebbe pesato negativamente. Indipendentemente dal nome prescelto, non si può tuttavia non rilevare la modalità curiosa e singolare, ormai consolidata, di scegliere le persone prima dei programmi e delle alleanze e indipendentemente da essi. Nella politica rottamata di un tempo l’Individualità era subordinata all’Idea e un candidato doveva essere espressione di un programma e non viceversa. Ma oggi la polis parla un altro linguaggio, nel quale le differenze culturali sono sopite o annullate. E, del resto, per capire cosa sia il Pd attuale, è risuonata in quell’assemblea un’altra parola, più esemplificativa di tutte le altre. E’ stato quando il responsabile organizzativo, aprendo la sua relazione, si è  rivolto agli astanti con l’espressione, nuova di zecca, di “buonasera signori”.

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