di Luciana Castellina

 

Per mezzo secolo il ven­ta­glio dei par­titi di sini­stra pre­senti nei par­la­menti Euro­pei è rima­sto press’a poco inva­riato, salvo il for­tu­noso ingresso di qual­che for­ma­zione ses­san­tot­tina in Ita­lia, altrove l’avvento dei verdi e quasi ovun­que il muta­mento di nome dei vec­chi par­titi comu­ni­sti dopo il ter­re­moto dell’89. Da qual­che tempo assi­stiamo invece a una nuova vario­pinta fio­ri­tura che, almeno in Gre­cia e in Spa­gna, ha già avuto, o i son­daggi dicono che avrà, una note­vole con­si­stenza par­la­men­tare, inim­ma­gi­na­bil­mente più larga di qual­siasi altra for­ma­zione simile prima d’ora. Parlo natu­ral­mente soprat­tutto di Syriza in Gre­cia e di Pode­mos in Spagna. Seb­bene vi si ritro­vino anche nomi che da ormai qual­che decen­nio cono­sciamo, mili­tanti che già abbiamo incon­trato ai grandi appun­ta­menti inter­na­zio­nali di movi­mento, si tratta di crea­ture nuove, nel senso che somi­gliano poco a ogni altro par­tito sto­rico.

Né sono, tut­ta­via, simili fra loro, né per ori­gine né per pra­tica attuale: Syriza nasce da un arci­pe­lago di par­ti­tini e si è però andata carat­te­riz­zando per il suo legame con le ini­zia­tive sul ter­ri­to­rio ani­mate dalla società civile; Pode­mos, invece, nasce da un movi­mento, quello degli Indi­gna­dos, che fino alle ultime ele­zioni poli­ti­che spa­gnole aveva diser­tato addi­rit­tura le urne in sin­to­nia con il suo mani­fe­sto in cui si diceva: «Nes­suno ci rap­pre­senta» — e però anche: «Non vogliamo che nes­suno ci rap­pre­senti», ed è ora appro­dato al rico­no­sci­mento che biso­gna stare lad­dove si decide, in par­la­mento per l’appunto. Tanto i nuovi venuti che le più anti­che for­ma­zioni che non fanno capo al par­tito socia­li­sta euro­peo, sia quelle di pro­ve­nienza comu­ni­sta tra­di­zio­nale che di nuova sini­stra, hanno nella loro diver­sità qual­che signi­fi­ca­tivo tratto in comune che rende a tutti peri­glioso e spesso con­fuso il cam­mino: il rap­porto con il movi­mento e il pro­blema del governo. Si tratta di que­stioni reali e dif­fi­cili, su cui anche in Ita­lia, dove siamo comun­que in una situa­zione ben più con­fusa, ci arro­vel­liamo tutti.

Il governo: non c’è paese euro­peo, dalla Nor­ve­gia fino all’Italia, dove non si sia bloc­cati dal dilemma se soste­nere, par­te­ci­pan­dovi diret­ta­mente o meno, una coa­li­zione di cen­tro sini­stra e così però tro­varsi a con­di­vi­dere la respon­sa­bi­lità di scelte che non si vor­reb­bero com­piere, oppure se col­lo­carsi all’opposizione ma con il rischio di spia­nare il ter­reno all’avvento di un governo di destra. Quasi ovun­que la sini­stra è infatti in Europa troppo debole per poter essere deter­mi­nante nella linea delle coa­li­zioni di cen­tro sini­stra, ma abba­stanza forte per essere essen­ziale al loro suc­cesso. Impe­dirlo signi­fica così cari­carsi della impo­po­la­ris­sima respon­sa­bi­lità di far vin­cere l’avversario principale. Non sono cose nuo­vis­sime: già negli anni Trenta, quando per la prima volta entrò in un governo il par­tito labu­ri­sta inglese, Ram­sey Mc Donald, che ne era diven­tato primo mini­stro, ebbe a con­fes­sare amaro: cre­devo fosse tre­mendo stare all’opposizione, non sapevo quanto più tre­mendo fosse stare al governo e non avere potere.

Quanto all’altra opzione, vale ricor­dare quanti sono gli elet­tori che tutt’ora non hanno per­do­nato a Fau­sto Ber­ti­notti di aver fatto cadere il governo Prodi alla fine degli anni Novanta. Anche più dif­fi­cile il pro­blema movi­mento: ovvero il dilemma fra il rischio di sepa­rar­sene una volta entrati sul ter­reno della poli­tica isti­tu­zio­nale; e, al con­tra­rio, di rima­nere preda delle sue ine­vi­ta­bili flut­tua­zioni, dell’impotenza che pro­duce l’impossibilità di aggre­gare un potere deci­sio­nale per via del rifiuto di ogni leadership. Non ci sono evi­den­te­mente solu­zioni facili e soprat­tutto uni­vo­che. Oltre­tutto per­ché que­sti pro­blemi anti­chi sono oggi stra­volti da un galop­pante muta­mento del mondo, e dun­que degli stessi modi di vivere delle per­sone, della dislo­ca­zione dei poteri da affrontare. Solo alcune con­si­de­ra­zioni su cui sarebbe utile aprire un dibat­tito che non resti chiuso nei rispet­tivi cir­cuiti nazio­nali, ingom­brati da ran­cori e ripic­che, ma diventi final­mente euro­peo, usando pro­prio quella forza che alcune nuove for­ma­zioni hanno acqui­sito e quella con­si­stenza con­ser­vata, pur nel pre­sente ter­re­moto, da altre più anti­che (penso alla Linke tede­sca o ai par­titi scandinavi). In realtà sap­piamo pochis­simo l’uno dell’altro, per­sino di Syriza, seb­bene l’ultima nostra espe­rienza comune sia stata com­bat­tuta nel nome di Tsipras. Non si tratta comun­que solo del van­tag­gio che avremmo a impa­rare di più, ma di comin­ciare a costruire il solo sog­getto ade­guato ai nostri tempi, che deve essere euro­peo non solo sulla carta, come sono i par­titi che por­tano que­sto nome e che più di qual­che incon­tro annuale cui si par­te­cipa distratti non danno.

Pro­prio alle nuove forze dalla sini­stra dovrebbe esser più facile ragio­nare e muo­versi da euro­pei, per­ché meno sog­getti ai tanti con­di­zio­na­menti sto­rici dei par­titi più anti­chi. Peral­tro è inu­tile par­lare di demo­cra­tiz­za­zione dell’Unione se prima non si costi­tui­sce, a quel livello, quanto rende demo­cra­tica una nazione: una società civile comune, ricca di arti­co­la­zioni e stru­menti: par­titi, sin­da­cati, stampa, asso­cia­zioni. Costruirla è ben più impor­tante che con­qui­stare qual­che potere in più per il Par­la­mento euro­peo, desti­nato a restare impo­tente fin­ché l’esecutivo risponde a un elet­to­rato fram­men­tato e incomunicante. Affron­tare que­sti pro­blemi è dif­fi­cile oggi più di quanto non fosse anche solo qual­che anno fa per­ché viviamo in un tempo in cui il distacco fra la gente e la poli­tica, la dif­fi­denza nei con­fronti dei par­titi e delle isti­tu­zioni, sono diven­tati pro­fondi, e non solo in Italia. La cosa più impor­tante per tutti è dun­que ripar­tire da più indie­tro, rico­struire il senso stesso della poli­tica: spaz­zando via l’idea che sia mate­ria di esclu­siva com­pe­tenza di chi sta nelle isti­tu­zioni ed evi­tando di pro­porre coa­li­zioni o nuovi par­titi sem­pre e solo in occa­sione delle ele­zioni, il ter­reno più ambi­guo e dif­fi­cile, anzi­ché spe­ri­men­tare la coe­sione, non gene­ri­ca­mente nel movi­mento, ma in un’iniziativa che sia anche in grado di assu­mersi respon­sa­bi­lità di gestione della società, reim­pa­dro­nen­dosi di pezzi dello stato che sono stati seque­strati.

Quanto più le iden­tità sono state stra­volte, come è acca­duto in que­sti anni, sino a con­fon­dere per­fino la destra con la sini­stra, tanto più que­sto diventa il ter­reno su cui supe­rare le dif­fi­denze e l’antipolitica, elu­dere i rischi di popu­li­smo da cui nean­che i movi­menti e i par­titi nati dai movi­menti sono immuni. Soprat­tutto per far matu­rare sog­get­ti­vità nelle per­sone, ria­bi­tuan­dosi a pen­sare che la poli­tica è poter deci­dere, non arbi­trare fra l’uno o l’altro che decide. E nep­pure solo riven­di­care diritti, per­ché la demo­cra­zia è di più: è con­qui­sta di uno spa­zio, e delle con­di­zioni in cui non sia astratta la pre­tesa di cam­biare il mondo. Sono tutte cose che non si pos­sono fare in par­la­mento, ma nem­meno igno­ran­dolo. Il rischio, come sem­pre, è che il den­tro e il fuori si separino. Anche al dilemma — che dila­nia la sini­stra di tutta Europa — se accet­tare di soste­nere una coa­li­zione di cen­tro sini­stra o meno, c’è una sola rispo­sta: si può assu­mere il rischio se si ha abba­stanza forza nella società, e si ha abba­stanza forza nella società non se non ci si limita a un potere di inter­di­zione, ma se si è capaci di gestire almeno un pez­zetto di alter­na­tiva. Per occu­pare lo spa­zio pub­blico, biso­gna sapere che occorre innan­zi­tutto rico­struirlo, e poi capire che non si tratta di uno sta­dio in cui vince chi grida di più. (Comun­que tut­tora, per orien­tarmi, io scelgo la vec­chia indi­ca­zione del pre­si­dente Mao. Che diceva: bom­bar­dare il quar­tier gene­rale, e rifon­dare di con­ti­nuo i par­titi affin­ché non si buro­cra­tiz­zino. Ma diceva che occor­reva «rifon­darli» per l’appunto, non che se ne poteva fare a meno e creare al loro posti sem­plici reti flut­tuanti.

Gram­sci soste­neva che senza costruire un sog­getto, e cioè una volontà coau­gu­lata col­let­tiva, che addi­rit­tura chia­mava «il prin­cipe», non si sarebbe potuti andare da nes­suna parte, per­ché la società civile, di per sé, subi­sce, com’è natu­rale, l’egemonia del potere. Sot­trarla a que­sta sud­di­tanza è pre­messa indi­spen­sa­bile a ogni alternativa).

Condividi