L'editoriale di Gian Filippo Della Croce - Terni, anno zero
di Gian Filippo Della Croce
PERUGIA - Lo zero è un limite, perché da zero si può ricominciare o si può finire, dipende dalla situazione e dalle sue prospettive. A tutti capita di trovarselo davanti a un certo punto della vita lo zero. Agli esseri umani come ai luoghi che essi eleggono a loro dimora e dove costruiscono il loro futuro, luoghi che acquisiscono in tal modo una personalità e una coscienza, il luogo è qualcosa che ha che fare con la memoria, con le emozioni, con il desiderio, li chiamano anche città. E in una città come lo è Terni si sta consumando l’epilogo di una storia iniziata più di cento anni fa e che via via nel tempo ha perduto quella dimensione di eternità che la caratterizzava trasformandosi in una realtà “altra”, difficile, precaria, in parte rimossa dalla coscienza generale che ora tenta di riappropriarsene prima che sia troppo tardi.
Coscienza ma anche memoria, perché andando con la memoria all’anno 1909, si legge dalle cronache del tempo che gli operai delle acciaierie di Terni scelsero la via della lotta ad oltranza contro l’arroganza della proprietà che intendeva licenziare alcune centinaia di lavoratori considerati in esubero rispetto alle esigenze aziendali dettate da una delle ricorrenti crisi del settore ,ma anche dalla volontà di piegare attraverso i licenziamenti la determinazione dei lavoratori di reclamare orari e ritmi di lavoro più umani e salari più decenti e anche relazioni industriali basate sul rispetto reciproco. Anche allora la vertenza assunse un valore nazionale e anche allora l’arroganza della direzione aziendale assunse atteggiamenti estremi fino ad arrivare alla chiusura dello stabilimento con la messa in libertà di tutti i lavoratori, al posto dell’attuale ad Morselli c’era allora l’altrettanto ostico direttore Spadoni. Ma le cronache ci dicono anche che quei lavoratori tennero duro per mesi e alla fine vinsero quella che era apparsa ai più come una battaglia disperata.
Vinsero perché la città si schierò con loro, tutta la città sostenne quella lotta, in ogni modo, pensando prima di tutto alle famiglie dei lavoratori e fu questo che diede a quella lotta la possibilità di durare e alla fine di vincere: la solidarietà totale di una città intera. La storia come si sa tende a ripetersi e oggi troviamo una vicenda che ha molte analogie con quella lontana lotta , compresi gli errori della politica, che anche allora non comprese immediatamente la gravità del momento. Resta da verificare la consistenza dell’arma decisiva: quella solidarietà totale della città che si rivelò vincente al di là e al di sopra di tutto, politica compresa. In questi giorni si parla di passi avanti nella vertenza, il governo finalmente resosi conto dell’importanza della posta in gioco, che nel caso di una sconfitta dei lavoratori significherebbe cancellare l’Italia dal novero della siderurgia mondiale, distribuisce sicurezza a piene mani. Si vedrà se le proposte governative verranno e come verranno accolte dalla Thyssen , perché mille tonnellate di acciaio in meno o in più potrebbero sembrare poca cosa rispetto all’insieme della vertenza che invece si gioca proprio lì, sui volumi, soltanto i quali giustificano il funzionamento di un forno o due, di un laminatoio o due, di una linea produttiva o due, ovvero della piena occupazione delle attuali maestranze e dell’indotto.
Non c’è ormai altra strada, o l’AST torna a produrre e a vendere ( potenziando anche il suon apparato commerciale) all’altezza delle sue capacità o i tedeschi di Thyssen e il loro programma di progressivo smantellamento dello stabilimento ternano avranno partita vinta. Il noto economista Roubini, su un altrettanto noto giornale scriveva giorni fa a proposito delle “demenziali norme europee” che regolano la produzione di acciaio nella UE, che esse sono fatte per salvaguardare qualcuno ai danni di qualcun altro, che in questo caso potrebbe essere l’Italia, Terni e le sue acciaierie e in questo caso lo zero avrebbe sicuramente il segno della fine.




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