di Claudio Gnesutta

Al di là della valu­ta­zione di quanto espan­siva risul­terà, la Legge di sta­bi­lità 2015 in appro­va­zione al Par­la­mento ha un buco evi­dente. In essa non vi è alcun segnale di un uti­lizzo degli inve­sti­menti pub­blici che segnali l’esistenza di una visione stra­te­gia del governo Renzi sulla dire­zione da dare al nostro assetto pro­dut­tivo in grave crisi.

È un segnale che indica come, nean­che come il solito annun­cio – siamo ormai lon­tani dalle prime ver­sioni del Jobs Act con l’indicazione dei set­tori stra­te­gici da atti­vare con spe­ci­fici piani indu­striali, – il governo Renzi si senta di pre­ci­sare le linee di una poli­tica indu­striale e dell’innovazione capace nel con­creto, anche se in una pro­spet­tiva non breve, di con­tra­stare le dram­ma­ti­che con­di­zioni e ten­denze strut­tu­rali della pro­du­zione e dell’occupazione. Il governo è solo in grado di chie­dere la fidu­cia su una legge finan­zia­ria che mira di distri­carsi, in un’operazione che si rive­lerà di pic­colo cabo­tag­gio, tra la sog­ge­zione ai vin­coli euro­pei e la neces­sità di cat­tu­rare il con­senso dell’elettorato e in par­ti­co­lare degli impren­di­tori.

Se la memo­ria non farà difetto come al solito, si vedrà fra non molto come l’alleggerimento del costo del lavoro per le imprese non creerà quei mag­gior posti di lavoro che, con il mede­simo sforzo finan­zia­rio, avreb­bero potuto essere diret­ta­mente atti­vati con il finan­zia­mento di un piano del lavoro fina­liz­zato al raf­for­za­mento del capi­tale pub­blico e sociale, magari favo­rendo la rine­go­zia­zione dei mutui Cdp per gli enti locali dispo­sti ad avviare rapidi inter­venti sul ter­ri­to­rio e la cui urgenza ci è con­ti­nua­mente ricor­data dai disa­stri idro­geo­lo­gici e dalla fati­scente edi­li­zia sco­la­stica. Non solo, ma impe­gni locali in que­sta dire­zione non saranno cer­ta­mente favo­riti dal taglio dei fondi richie­sti per il con­corso degli enti ter­ri­to­riali alla finanza pubblica.

Per quanto super­fluo, va osser­vato che un segnale di un diverso approc­cio di poli­tica indu­striale volta a soste­nere lo svi­luppo delle ener­gie rin­no­va­bili (oltre la ricon­ferma dell’ecobonus), della valo­riz­za­zione dei beni cul­tu­rali e del patri­mo­nio arti­stico, dell’innovazione non può essere attri­buito alla ripro­po­si­zione di un cre­dito di impo­sta per gli inve­sti­menti in ricerca e svi­luppo con­cesso «a tutte le imprese indi­pen­den­te­mente dalla forma giu­ri­dica, dal set­tore eco­no­mico in cui ope­rano, non­ché dal regime con­ta­bile adot­tato» (art. 7); una forma tanto gene­rica da non modi­fi­care i delu­denti risul­tati del pas­sato e tal­mente buro­cra­tica da non esporsi a pre­ve­dere nem­meno un soste­gno per l’assunzione di gio­vani ricer­ca­tori da parte delle imprese.

Il fatto che non vi sia un accenno con­creto a un pos­si­bile impianto di poli­tica indu­striale forse è meno sor­pren­dente di quanto possa sem­brare. La man­cata con­si­de­ra­zione di un inter­vento in que­sta dire­zione basato su un orien­ta­mento pre­ciso degli inve­sti­menti pub­blici sem­bra espri­mere una sfi­du­cia nella capa­cità dell’apparato sta­tale a gestire que­sto obiet­tivo; se fosse così pro­grammi di poli­tica indu­striale sareb­bero di fatto rin­viati all’attuazione della riforma della buro­cra­zia, cosa annun­ciata ma dai tempi pre­su­mi­bil­mente molto lunghi.

Ma non mi sem­bra que­sta la rispo­sta. Il sospetto è che il vero indi­rizzo di poli­tica indu­striale sia rin­trac­cia­bile in due assi della poli­tica eco­no­mica del governo Renzi; da un lato, la scelta di pro­ce­dere nel pro­cesso di pri­va­tiz­za­zioni e, dall’altro lato, nell’obiettivo di libe­ra­liz­zare pie­na­mente il mer­cato del lavoro. La deci­sione di cedere sul mer­cato quote signi­fi­ca­tive di Eni ed Enel, tanto da por­tare la par­te­ci­pa­zione pub­blica al di sotto del capi­tale di con­trollo, non può essere giu­sti­fi­cata dalla risi­bile esi­genze di ridurre il debito pub­blico (i 4,5 miliardi di introiti pre­vi­sti sono una fra­zione di un cen­te­simo del debito), ma è indi­ca­tiva — come del resto viene ampia­mente ripe­tuto dal nostro pre­mier – della sua con­vin­zione che il nostro futuro pro­dut­tivo dipende dall’arrivo di capi­tale stra­niero, o che comun­que si è reso stra­niero. È allora tra­spa­rente – ed anche espli­ci­tato – che un incen­tivo deci­sivo a tale pro­cesso di deter­ri­to­ria­liz­za­zione del nostro appa­rato pro­dut­tivo è costi­tuito dagli effetti attesi di un Job Act che, com­ple­tando il pro­cesso da lungo avviato, rende il lavoro, pas­sato e quello futuro, del tutto subor­di­nato alle esi­genze delle imprese.

Una stra­te­gia che non ha biso­gno di uno Stato inve­sti­tore e, anzi, lo riduce a sem­plice gestore delle rela­zioni poli­ti­che e sociali in modo da ren­derle appe­ti­bili agli inve­sti­menti esteri. Come stra­te­gia miope e regres­siva non è nuova; si col­loca nella con­ti­nuità di una classe poli­tica, buro­cra­tica e impren­di­to­riale che non vuole e non è in grado di assu­mersi la respon­sa­bi­lità dello svi­luppo della società.

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