di Grazia Naletto

Italia è divisa. A spac­carla non in due, ma in mille pezzi, non è il sin­da­cato, come vor­rebbe farci cre­dere il Pre­si­dente del Con­si­glio. Non sono nean­che solo gli effetti della crisi ini­ziata sette anni fa, ma decenni di poli­ti­che sba­gliate che la pro­po­sta di Legge di sta­bi­lità 2015 pre­sen­tata dal governo si guarda bene dal modi­fi­care. Quelle che a Bagnoli nel 2003, undici anni fa e ben prima dell’inizio della crisi, Sbi­lan­cia­moci! già con­te­stava sol­le­ci­tando un’inversione di rotta. A nulla vale che i prin­ci­pali indi­ca­tori eco­no­mici segna­lino in modo evi­dente il fal­li­mento delle rispo­ste neo­li­be­ri­ste offerte alla crisi: il Pil sti­mato allo –0,2% nel 2014, il debito al 136,4%, la disoc­cu­pa­zione al 12,6% a set­tem­bre 2015, quella gio­va­nile al 42,9%.

Innan­zi­tutto, manca una visione stra­te­gica pub­blica del modello eco­no­mico e indu­striale ita­liano. Come allora, la parola d’ordine del governo è quella di inter­ve­nire il meno pos­si­bile in campo eco­no­mico, pro­se­guendo nel pro­gramma di pri­va­tiz­za­zioni, favo­rendo l’abbassamento del costo e dei diritti sul lavoro e con­ti­nuando a fare regali fiscali alle imprese.

Uno dei dogmi indi­scu­ti­bili è (ancora) “Tagliare le tasse”: uno slo­gan indub­bia­mente popo­lare. Ma ci si dimen­tica di spie­gare che esso com­porta anche il taglio di ser­vizi fon­da­men­tali per i cit­ta­dini e che i 4,2 miliardi di tra­sfe­ri­menti in meno agli enti locali pro­vo­che­ranno l’aumento delle tasse locali.

Terzo. Il cam­bio di verso delle poli­ti­che di auste­rità è vero e falso nello stesso tempo. È vero per­ché il governo ha scelto di por­tare le pre­vi­sioni di defi­cit per il 2014 al 3% e per il 2015 al 2,6. È falso per­ché non implica una reale inver­sione di rotta, pre­ve­dendo come pro­pone Sbi­lan­cia­moci!, con una cam­pa­gna appena avviata insieme ad altri, l’abolizione dell’obbligo di pareg­gio di bilan­cio pre­vi­sto in Costi­tu­zione. Sem­pli­ce­mente, il governo rin­via il rag­giun­gi­mento del pareg­gio di bilan­cio al 2017 non potendo fare altrimenti.

Quarto. Nella Legge di sta­bi­lità non c’è trac­cia di inter­venti seri per ridurre la for­bice delle dise­gua­glianze. Gli 80 euro in busta paga esclu­dono pen­sio­nati e disoc­cu­pati, men­tre gli stan­zia­menti per i fondi sociali sono del tutto ina­de­guati. Si pro­se­gue con la poli­tica della bene­fi­cenza (bonus bebè, carta acqui­sti ordi­na­ria e spe­ri­men­tale), rinun­ciando anche quest’anno all’introduzione di uno stru­mento uni­ver­sa­li­stico di soste­gno al red­dito. La coper­tura delle 150 mila assun­zioni annun­ciate nelle Linee guida de “La buona scuola” è tutt’altro che sicura, man­cano risorse per il fun­zio­na­mento ordi­na­rio delle scuole, ma 471,9 milioni di euro sono pre­vi­sti per finan­ziare le scuole pri­vate.

Quinto. Per le imprese che inve­stono in ricerca e svi­luppo il governo mette a dispo­si­zione la cifra di 300 milioni. Per gli inter­venti con­tro il dis­se­sto idro­geo­lo­gico, nono­stante gli annunci seguiti al disa­stro di Genova, sono pre­vi­sti 190 milioni di euro aggiun­tivi sul 2015 (il 9,7% di quei due miliardi l’anno che ser­vi­reb­bero se dav­vero si volesse affron­tare il pro­blema). Si pro­se­gue invece con gli inve­sti­menti nelle grandi opere (più di 3,2 miliardi), che hanno costi e tempi incerti e inso­ste­ni­bili dal punto di vista economico-finanziario, sociale e ambientale.

Sesto. Si dimen­tica che la crisi economico-finanziaria non è stata pro­vo­cata dalla mala gestione della finanza pub­blica, ma dalle cat­tive spe­cu­la­zioni della finanza pri­vata: nes­suna trac­cia di quell’estensione della tassa sulle tran­sa­zioni finan­zia­rie ad azioni, obbli­ga­zioni e deri­vati che con­tri­bui­rebbe a ridurre le spe­cu­la­zioni finanziarie.

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