Le vittorie dei bastonati
di Leonardo Caponi
PERUGIA - Poveri operai di Terni! Sono andati a Roma a portare le loro ragioni e sono stati accolti dalle manganellate della polizia. Cornuti e bastonati? No, in un certo modo, vincitori. L’ironia della sorte ha voluto che a fronteggiarli fossero poliziotti malpagati e col contratto bloccato fino al 2018. Avrebbero dovuto solidarizzare e invece gli operai sono usciti con la testa rotta. L’episodio è grave ed è un errore ridimensionarlo o giudicarlo con una sorta di filosofia degli “opposti estremismi”. Parlare di “disordini” fomentati dai lavoratori è del tutto fuori dalla realtà. Lo Stato democratico ha il dovere di mantenere la calma e tutelare chi manifesta. Il problema vero è, come ha scritto qualcuno, il clima politico. Se non si rimuove l’idea che il lavoro è una merce e non si afferma quella, alla quale sempre ci richiama Papa Francesco, che è innanzitutto un diritto, non si riuscirà a comprendere la disperazione umana di una comunità che rischia di perderlo e a tollerare le ragioni della sua protesta.
Operai vincitori perché? Beh, innanzitutto perché le botte di Roma hanno costretto alla riconvocazione della trattativa. C’è da stare col fiato sospeso fino a giovedì prossimo. Nell’attesa gli operai hanno fatto bene a non mollare la presa e intensificare la lotta per rispondere alla provocazione degli stipendi non pagati, quasi si potesse credere che un colosso come Ast debba trovare la liquidità con le vendite del giorno prima. E anche perché hanno sentito puzzo di imbroglio in una convocazione che, forse, vuole riproporre, sotto un maquillage leggero, il disegno originario dell’azienda. Faranno bene a continuare a impuntarsi non tanto sul numero degli esuberi, quanto sulla questione della integrità e della “integrazione” delle lavorazioni, che è la condizione per il futuro della siderurgia ternana.
Ma la drammatica giornata romana ha avuto anche un effetto di valore generale: è, come dire?, riuscita a far irrompere uno squarcio di realtà del lavoro dipendente (che è di gran lunga ancora la maggioranza del lavoro) e dei suoi drammi, nella bolla mediatica di questa odierna smart politica che vive di miraggi annunciati, personaggi di plastica e protagonisti di un mondo ancora felice. E c’è da rallegrarsi che a portare in primo piano la sofferenza della vita reale siano stati i dipendenti dell’industria manifatturiera, da molto tempo ignorati, spesso “negati”, dalla pubblicistica e dalla cultura ufficiale. Lo hanno fatto nel “modo giusto”, rifiutando quell’isteria, puramente distruttiva, antipolitica e antiistituzionale, che fa di ogni erba un fascio e che va oggi per la maggiore. Se è un segnale, è un bel segnale. Il conflitto sociale, praticato nei limiti democratici, è una risorsa della società e l’essenza della democrazia. E’ un errore demonizzarlo. Oggi viene agitato come uno spauracchio l’”autunno caldo”. L’autunno caldo degli anni ’70, per verità della storia, ha segnato la stagione del più grande sviluppo economico, sociale e civile che abbia mai avuto l’Italia.
Oggi si fanno molte ricostruzioni strane sulle cose del passato. Viene celebrata la fine della “concertazione” e il sindacato, la Cgil in particolare, viene accusata di corresponsabilità nella precarizzazione del lavoro. La concertazione, ristabiliamo anche in questo caso la verità storica, fu l’impegno dei sindacati a moderare le richieste salariali e normative al fine di consentire alle imprese di riconquistare margini di competitività. Essa fu il prodotto della cultura delle larghe intese, quella stessa che, sopravvissuta, tiene in vita il governo attuale. Fu praticata per consentire ai governi di seguire politiche di emergenza e ottenere un abbassamento del costo del lavoro. Ora, una critica da “sinistra” si capisce se fosse legata ad un ripensamento di quelle politiche. Ma, se serve a far passare il job act, che quelle politiche perpetua ed esalta, è solo un gioco furbesco delle tre carte.




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