Con la piazza di Roma finalmente la partita davvero si è aperta
Sbaglierebbe chi pensasse che ad essere in qualche modo a un bivio decisivo siano solo i protagonisti della piazza di Roma. In realtà il bivio riguarda anche Renzi che dietro le battute provocatorie e arroganti tenta di nascondere un nervosismo e una preoccupazione crescenti. Il premier ha capito perfettamente che il protagonismo della piazza romana segna, e per la prima volta da anni , la possibilità di ridare ad una sinistra larga una effettiva base di consenso sociale. Quella che si va delineando è ormai una sfida vera in cui sta entrando in campo il Paese, almeno una sua parte di un certo rilievo. Non è detto che Piazza di Roma e Leopolda siano destinate necessariamente a veder deflagrare il conflitto, però è ormai chiaro che il 25 ottobre segna una distanza difficilmente colmabile. Renzi, per il ruolo che ricopre, ha la responsabilità primaria rispetto alla evoluzione di questo conflitto.
Anche lui deve decidere. Se il modello cui punta è quello di un partito sul tipo del partito democratico americano, o anche dei laburisti inglesi, grandi forze politiche a netta maggioranza moderata ma nel cui seno vivono, anche in forme del tutto autonome e non testimoniali, forze e culture variegate e anche aree organizzate dichiaratamente classiste. O se, al contrario, l’obiettivo cui punta è in realtà quello di sussumere istanze e perfino forze del campo del centro destra espungendo di fatto ogni cultura a sinistra. L’attacco populista alla Cgil, quello al sistema delle autonomie regionali, e a quanti in qualche forma incarnano ( pur con i loro limiti e difetti) quei corpi intermedi senza i quali una democrazia non esiste, dice che l’ex sindaco di Firenze in realtà muove verso la seconda direzione. Una modalità che richiama il recente passato caratterizzato dall’antipolitica di Berlusconi. Nessun rozzo accostamento automatico del premier al cavaliere ma la presa d’atto della continuità di un modello, che anche Grillo più confusamente ha tentato, che aggredisce in buona sostanza la funzione di regolazione della politica democratica degli indirizzi d’impresa. La forza persuasiva del progetto di Renzi ( e dei gruppi economico finanziari che gli stanno di fianco ) risiede, sappiamo, in problemi strutturali e profondi di cui soffre il Paese.
La forbice delle diseguaglianze che si è accentuata, incrostazioni burocratiche effettive, lo squilibrio insostenibile tra le diverse aree del Paese. Un consolidato strato di privilegio sociale legato essenzialmente alla grande quota della evasione fiscale ( singolarmente ignorato anche da una opinione pubblica spesso più ossessionata dai cosiddetti costi della politica ). A questi nodi storici aperti si è aggiunto il peso delle politiche di austerità che una Europa priva di un indirizzo democratico impone grazie a una moneta che vaga senza una guida e una costruzione politica. Su questa condizione strutturale precaria e difficile ha operato con sapiente furbizia la scalata di Renzi. Il successo è arrivato, almeno nei tempi, anche in parte inatteso e certamente in eccesso. Una overdose che sta rischiando di sbilanciare l’impresa perfino al di là del preordinato disegno. Non è la prima volta che, anche nella storia d’Italia, l’ipertrofia del potere travolge protagonisti importanti. Di questo ci parla il conflitto che è in atto. Siamo lontani dalla dialettica pur aspra che caratterizzò le maggioranze uliviste.
Lì, pur se su nodi effettivi,lo scontro viveva a tratti in un circuito chiuso e un po’ autoreferenziale ( che solo i momenti migliori di Rifondazione e qualche intuizione di Fausto Bertinotti riuscirono a tratti a restituire come una contesa reale ). Oggi le cose sono del tutto diverse. La composizione della critica a Renzi , nella sfera politica e in quella sociale, è una composizione che, seppur minoranza, è in grado di investire il Paese. Certo la contesa è difficile e il suo esito per nulla scontato. A portare acqua al mulino di Renzi in questi ultimi anni hanno concorso in tanti. Compresi quei circa due milioni di voti che, preda di una forsennata offensiva mediatica, nelle ultime ore alla vigilia del voto politico traslocarono a Grillo. Per chi volle capire fu chiaro già lì che i grandi poteri e interessi italiani e non solo, come imperativo centrale si erano assegnato quello di sbarrare la strada ai pur moderatissimi ultimi eredi dell’odiato Pci. Da quel risultato poi la strada di Renzi si è fatta in discesa. E non è certo un caso che, piaccia o no, proprio da quell’universo ( Cgil, Fiom, sinistra Pd ) oggi emerga la resistenza più forte alla sua incredibile ascesa.
E’ anche per la mancata comprensione di ciò che quel che rimane della sinistra radicale non è stata capace di svolgere un ruolo. Un po’ ci ha provato Vendola e ora la piccola ma significativa area di quadri che si è ritrovata nei giorni scorsi in Emilia. In ogni caso ormai si è aperta la falla che può aprire un’altra stagione. Una stagione cui tutti noi a sinistra dovremo ( anche quelli che non ci avevano mai creduto e che ancora si mostrano scettici) concorrere con grande discrezione e umiltà. Qui non si tratta più di giocare al più uno ma prendere atto che stanno entrando in campo fattori in qualche modo di massa, potenze, per quanto indebolite, reali. La piazza di Roma non merita letture strumentali e rituali. Vertenze, soggetti, contraddizioni mature. Nessuna soluzione preconfezionata con pacchetti di propaganda un po’ facile. Anche consapevolezza della difficoltà in questa fase di parlare al Paese e ai tanti soggetti che la crisi colpisce e che la crisi sociale divide. C’era questa consapevolezza in quasi ogni volto della piazza di Roma. Unitamente alla preoccupazione di una spallata al governo diretto dal segretario del partito da tanti votato, eppure la necessità di essere lì a protestare e a proporre. Se Renzi sapesse ascoltare quel linguaggio sarebbe perfino più forte ma la sua avventurosa scalata acquisirebbe un valore diverso. L’ex sindaco temo abbia invece come obiettivo quello di scardinare il sistema non di riformarlo creando una più armoniosa e solidale coesione sociale. Di questo immagino si vanno convincendo quella parte dei gruppi dirigenti politici e sindacali che, pur se abbastanza moderati, stanno obiettivamente guidando lo scontro.
Nessuno può dire oggi dove questo scontro può effettivamente arrivare. I due poli della contesa sanno di giocare una gara sul corpo vivo di un Paese che già soffre, e sanno che anche se all’apparenza ad essere in campo sono solo le due sinistre in realtà le destre e i populisti più estremi nel profondo non sono affatto scomparsi e prima o poi torneranno. Da qui possono venire reciproche prudenze e attendismi, non da censurare ma da interpretare. Ma anche dai discrimini sociali effettivi possono scaturire, se inevitabili, più profonde e anche più organizzate rotture. Dopo tante ingenuità e immature impazienze speriamo che, chi sta più a sinistra da sempre ma che poco aveva compreso dove la situazione sarebbe arrivata, a questo punto mostri finalmente di aver messo un po’ di giudizio.
Vito Nocera




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