di Paolo Pini

Mer­co­ledì notte il con­si­glio dei mini­stri ha varato una "legge di sta­bi­lità" 2015 che segnerà molti anni a venire. Ci sono cose attese, ed altre meno attese, ma quello che non cam­bia è la filo­so­fia e il segno di tutti i prov­ve­di­menti di que­sto governo.

Il Def 2014 di aprile era ancora un retag­gio del governo Letta, anche se il mini­stero dell’Economia era pas­sato dalla Banca d’Italia (Sac­co­manni) diret­ta­mente all’Ocse (Padoan). Il Def abbas­sava di molto le stime di cre­scita del dicem­bre 2013 ma era ancora fidu­cioso per un 2014 di ripresa del Pil, men­tre per l’occupazione si sarebbe dovuto atten­dere un poco di più. Si scom­met­teva tutto su inve­sti­menti pri­vati ed espor­ta­zioni, con con­sumi pri­vati in sta­gna­zione e inve­sti­menti pub­blici in caduta libera.

Sap­piamo invece come sta andando. Pre­vi­sioni errate, come peral­tro Fmi, Ocse, Bce e Ce ave­vano avver­tito: il Pil quest’anno dimi­nui­sce rispetto al 2013, le espor­ta­zioni nette lan­guono, gra­zie peral­tro al con­te­ni­mento delle impor­ta­zioni, inve­sti­menti pri­vati e pub­blici sono in pic­chiata, e i con­sumi pri­vati rista­gnano nono­stante il bonus di 80 euro.

La "nota di aggior­na­mento" al Def ha poi sem­pli­ce­mente foto­gra­fato lo stato di depres­sione, reso cre­di­bili le stime del Pil per il 2014, man­te­nuto però sopra le righe quelle al 2015, tanto che la Banca d’Italia ha osser­vato che la cre­scita pre­vi­sta, pur mode­sta, pecca comun­que di troppo otti­mi­smo. Anche sui conti pub­blici — aggiu­stati verso la soglia deficit/Pil del 3% e spo­stato al 2017 il rag­giun­gi­mento degli obiet­tivi di medio ter­mine — la Banca d’Italia esprime per­ples­sità, data l’entità otti­mi­stica dei risparmi pre­vi­sti sugli inte­ressi del debito. Almeno la Nota è one­sta su un punto: pre­vede una pres­sione fiscale non minore negli anni a venire, anzi nel breve con­ti­nuerà ad aumen­tare. La Nota con­te­sta anche, in modo gar­bato ma deciso, le stime dell’"output gap", ovvero la dif­fe­renza tra red­dito effet­tivo e red­dito poten­ziale, per invi­tare la Com­mis­sione ad essere molto cauta nel valu­tare (tra­duci: "minac­ciare d’infrazione") l’inadempienza del governo rispetto il Fiscal Compact. Tut­ta­via con la legge di sta­bi­lità 2015, la "verità" gover­na­tiva viene rista­bi­lita, e si rea­lizza una sana inie­zione di otti­mi­smo per l’economia reale.

L’aumento del deficit/Pil al 2,9% con­sente meno tasse su imprese e lavoro (Irap, decon­tri­bu­zione assun­zioni, bonus 80 euro) ma con minori spese per inve­sti­menti pub­blici e auto­no­mie locali, quindi ser­vizi. Il rischio non è solo una redi­stri­bu­zione della domanda piut­to­sto che una domanda aggiun­tiva, quanto una sosti­tu­zione di domanda certa con domanda incerta. Il governo vara una grande azione di fidu­cia col­let­tiva per­ché ora non ci sono scuse: "Con­su­mate e inve­stite a più non posso, che dal pan­tano usci­remo solo gra­zie a voi". Nep­pure si fa leva sulla domanda estera, che il modello bava­rese è in crisi pro­fonda anche nella mani­fat­tura centro-settentrionale.

Tutto si gioca sul ter­reno della ripresa degli "spi­riti ani­mali" degli impren­di­tori che, affran­cati da un governo che intende dele­gi­fe­rare su tutto e di più (dallo Sblocca Ita­lia al Jobs Act). Dovreb­bero inve­stire tutto ciò che hanno rispar­miato e gua­da­gnato negli anni della crisi, magari inde­bi­tan­dosi se neces­sa­rio, ban­che per­met­tendo. E dovreb­bero assu­mere flotte di lavo­ra­tori con il discount, con­tri­buti sociali zero e licen­zia­mento facile entro i tre anni allo sca­dere della pro­mo­zione, garan­tirà il Jobs Act.

Il governo è con­sa­pe­vole che la crisi che per­corre il paese è pro­fonda, lam­bendo la depres­sione. Per essere one­sti, l’Italia è in depres­sione dal 2008, e gli ita­liani pure son depressi. Nono­stante lo sce­na­rio eco­no­mico accer­tato da tutti gli isti­tuti inter­na­zio­nali, il governo rimane però fidu­cioso su alcune misure, e non potrebbe essere diversamente.

Il pila­stro delle poli­ti­che ren­ziane è quello di sti­mo­lare gli inve­sti­menti. Senza inve­sti­menti (è il refrain di Filippo Tad­dei) il paese non può uscire dalla crisi. Come non essere d’accordo. Ma il pro­blema è chi deve fare gli inve­sti­menti e per­ché inve­stire. Il governo non ha solo sot­to­li­neato che la spesa pub­blica è inef­fi­ciente, sulla qual cosa ci si potrebbe anche lavo­rare, ma è pure inef­fi­cace, quindi più che inu­tile è dan­nosa per­ché drena risorse che il pri­vato use­rebbe al meglio. Quindi se non si ri-avviano gli inve­sti­menti pri­vati non si uscirà dalla crisi.

Ma gli inve­sti­menti pri­vati sono pesan­te­mente con­di­zio­nati dalle aspet­ta­tive. Renzi parla di «fidu­cia», che non è pro­prio un sino­nimo, che il governo intende ali­men­tare via ridu­zione del costo del lavoro, delle tasse e un incre­mento dei con­sumi; financo l’ipotesi di uti­liz­zare il Tfr rien­tra in que­sta logica. Il taglio delle spese e delle tasse pro­duce un effetto limi­tato? Vero. La carta canta, soprat­tutto per le tasse, un poco meno per la spesa, a dir il vero, che è domanda certa.

Ma non è que­sto il punto. Se lo sce­na­rio di ridu­zione delle tasse e del costo del lavoro è cre­di­bile, l’«austerità espan­siva» assieme alla «pre­ca­rietà espan­siva» nel tempo darà i suoi frutti. Come inter­pre­tare, diver­sa­mente, le mira­bo­lanti pro­ie­zioni di cre­scita di lungo periodo della ridu­zione delle tasse e delle pri­va­tiz­za­zioni di par­te­ci­pate pub­bli­che? Un bel problema. Non si crede affatto al ruolo pubblico e più precisamente al pubblico come soggetto istituzionale capace di tenere in tensione la domanda effettiva. È acclarato.

Key­nes è in sof­fitta. La sua idea era che lo Stato inter­venga per fare cose che il pri­vato non fa, e nella crisi sono molte le cose che il pri­vato non fa. Inve­stire, ad esem­pio. Ma per Renzi lo stato si deve riti­rare, anche nella crisi, e lasciar fare al privato.

Nel frat­tempo sono spre­cate risorse pub­bli­che che potreb­bero avere ben altra desti­na­zione, magari favo­rendo quei pic­coli inter­venti di ripri­stino ambien­tale che sareb­bero essen­ziali dato lo stato di salute del nostro ter­ri­to­rio. Si potreb­bero usare le risorse per indu­stria­liz­zare la ricerca pub­blica e pri­vata, per aumen­tare la pro­dut­ti­vità del capi­tale inve­stito, cioè inter­ve­nire sul punto più debole dell’industria ita­liana. Poi inve­stire in cono­scenza, anche nei luo­ghi di lavoro, per­ché l’innovazione non è solo tec­no­lo­gica ma anche orga­niz­za­tiva e riguarda qua­lità e con­di­zioni di lavoro, fles­si­bi­lità fun­zio­nale che sostiene la pro­dut­ti­vità. Ma il governo non si cura affatto di ciò; il lavoro è decli­nato solo in fles­si­bi­lità di mer­cato, quella dei rap­porti di lavoro "usa e getta".

Il pro­blema è la filo­so­fia di fondo che guida l’azione del governo. Lo stesso Jobs Act è lo spec­chio fedele delle policy gover­na­tive. Noi creiamo le con­di­zioni per la cre­scita, voi dateci una mano con gli investimenti. Ma lasciare oggi la solu­zione dei pro­blemi ai cosid­detti «capi­tani corag­giosi» è un azzardo. Avrebbe anche un senso se aves­simo un capi­ta­li­smo dallo "sguardo lungo", ma l’industria ita­liana da anni ha dato prova di "sguardo molto corto".

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