TAVERNELLE (Panicale) - Che la crisi sia pesante lo si può intuire da mille segnali: quello più eloquente il traffico della mattina. Appena un lustro fa, la Pievaiola fin dalle prime luci dell’alba, era percorsa in entrambe le direzioni da un fiume interrotto di auto e camion. Ad aspettarli più siti produttivi dove aziende di media e alta tecnologia davano lavoro ad una manodopera piuttosto qualificata.

Moltissimi i laureati in ingegneria. I bar lungo la Pievaiola, affollati da gente che fin dai primi bagliori del nuovo giorno, in fretta, mentre dava un’ occhiata alla stampa regionale, si beveva un caffè, commentava con amici i vari avvenimenti. Gli  sfottò poi, sintomo della serenità degli animi, erano il piatto forte. Ora quel clima non c’è più, la Pievaiola è pressoché deserta.

La Val Nestore ha perso in termini di occupazione una cifra che si aggira intorno ai millecinquecento posti di lavoro. Una débacle,  un cataclisma, al quale nessuno sa dare una risposta, indicare una qualche ipotesi di uscita dal tunnel. Una crisi industriale conseguenza di delocalizzazioni, come è il caso della CISA. Oppure di manifesta incapacità imprenditoriale, com’è il caso della Trafomec.

L’ex presidente della giunta regionale Rita Lorenzetti ci mise del suo, quando portò Caraffini alla guida di un’azienda che era leader mondiale nel suo settore. E’ finita con tanto di arresti per vari reati. Oggi molti dei suoi dipendenti, stanno aspettando la fine dell’ anno, quando terminerà la cassa integrazione e entreranno nel buio più completo.

L’esaurimento del bacino lignitifero, poi, ha fatto si che oggi l’Enel si presente con la nuova centrale con appena una trentina di addetti. Tutti gli altri impegni come la costruzione di impianti sperimentali o di produzione di pannelli, in associazione con altre imprese del calibro di Angelantoni, sembrano tramontati. Tanto che in molti si chiedono  cosa abbia fatto negli ultimi dieci anni la Valnestore Sviluppo srl, società partecipata da Comuni di Panicale e Piegaro, Provincia di Perugia e Regione, che fu creata come cabina di regia per lo sviluppo locale con tanto di Presidente e appannaggio di indennità annuale.

Unica nota positiva è rappresentata dalla VCP di Piegaro. Unico bastione industriale rimasto da quattrocento occupati tra dipendenti e soci, che sta facendo ulteriori investimenti. Altro segnale del malessere, è rappresentato dagli sportelli bancari. Ben sei ce ne erano, oggi ne sono rimasti quattro. Agli inizi degli anni duemila la Valnestore era una delle tra le prime tre realtà della regione per raccolta di risparmio in rapporto agli abitanti. Ora, questa area sembra regredita a quarant’anni fa.

Dinnanzi a tanta desolazione, tornano alla memoria anche gli sbagli di una classe dirigente soprattutto regionale, che per la Val Nestore non ha mai dimostrato grandi attenzioni. Per la realizzazione della variante alla Pievaiola, appena otto chilometri, ci sono voluti ben 25 anni e battaglie degli amministratori e dei comitati locali nel decennio 1996-2006 per non farsela strappare, dopo averla a fatica conquistata.

Ma è quando la si percorre che l’angoscia ti assale. Questo perché si vede gran parte del vecchio tracciato ferroviario e allora si capisce, come i governanti nazionali e regionali, abbiano sperperato i soldi della collettività. Quella linea ferroviaria  era destinata ad arrivare al polo infrastrutturale di Chiusi, ma il tracciato fu fermato a Tavernelle. Appena dieci chilometri ancora e sarebbe servito ad
attrezzare la Val Nestore, di una opera che ora sarebbe risultata ancora più strategica. Soprattutto avrebbe portato fuori dall’isolamento storico la città di Perugia. Ma i governanti regionali, anche di minoranza, in quella circostanza, hanno esibito ben poca lungimiranza ed una assoluta contrarietà a mettere mano agli equilibri geopolitici. Galleggiare sull’esistente è un’arte tutta italiana. Insomma la ferrovia c’era, passava per il nord del Trasimeno e un nuovo tracciato per altro in gran parte già costruito e funzionante, veniva visto come concorrenziale e non come un’opportunità in più per la Regione e per i comuni del nord Trasimeno.

Ora si assiste al ridicolo, almeno per l’opinione pubblica di questo territorio: per uscire  dall’isolamento si punta  su Terontola. Insomma, si propone di fare il giro dell’orto. Come pure va messo in evidenza l’atteggiamento rinunciatario delle nuove amministrazioni comunali locali. Nei loro programmi non c’è traccia di una qualche volontà di proseguire il lavoro appena iniziato dalle precedenti amministrazioni, che individuavano nel proseguimento della variante fino a Chiusi, una qualche risposta al bisogno atavico di collegare questa appendice del territorio umbro, alle grandi direttrici viarie nazionali.

Infrastrutturare  il territorio, è la premessa per un qualsiasi ipotesi di investimento produttivo. E, così com’è messa la Val Nestore, non ci sarà mai nessun imprenditore disposto ad investire. Insomma, la sensazione degli operatori economici, ma anche dei semplici cittadini, è che questa area fino a un decennio fa isola felice in Umbria, ora sia rimasta senza certezze e senza prospettive, e che chi dovrebbe pensare e offrire un futuro, la classe dirigente regionale anzitutto, non ne abbia le capacità o la volontà.

Non è un caso che  le amministrazioni di Città della Pieve, di Montegabbione e di Fabro, che hanno nella Valnestore un loro punto di riferimento, che seguitano a denunciare il rischio isolamento di tutta l’area.

Basta ascoltare un qualsiasi cittadino, artigiano e commerciante, per rendersi conto di quanta consapevolezza ci sia della crisi, ma anche di quanta frustrazione serpeggia nell’animo di tutto un territorio. E le elezioni regionali sono alle porte. Dalla Val Nestore potrebbero venire segnali piuttosto forti.

Renato Casaioli

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