di Luciana Castellina

C’è un equi­voco — o meglio un pre­te­sto — a pro­po­sito del paci­fi­smo: che si tratti solo di un’istanza etica,una scelta per "sal­varsi l’anima", sot­traen­dosi indi­vi­dual­mente al male pur neces­sa­rio – la guerra — se si vuole alla fine rag­giun­gere il bene. Il paci­fi­smo è anche que­sto, certo, ma nei suoi momenti più alti, quando ha mosso movi­menti grandi ed è pene­trato nel buon senso della società, è stato anche in grado di indi­care una spe­ci­fica poli­tica estera per i paesi in cui ope­rava e cui si rivol­geva. È stato così negli anni ’80, quando si svi­luppò una mobi­li­ta­zione senza pre­ce­denti con­tro l’installazione dei mis­sili da parte della Nato e del Patto di Varsavia.

C’era, in quelle mani­fe­sta­zioni, il rifiuto morale della vio­lenza, ma anche un’idea: che un’Europa senza mis­sili dall’Atlantico agli Urali, come reci­tava lo slo­gan del movi­mento, sarebbe stata la sola strada in grado di con­fe­rire al nostro con­ti­nente quell’autonomia che non aveva mai rag­giunto, e al tempo stesso il miglior con­tri­buto alla ago­gnata demo­cra­tiz­za­zione dei paesi c.d. socia­li­sti, assai più dif­fi­cile fin­chè durava l’assedio.

È pro­prio que­sta indi­ca­zione di stra­te­gia per l’Europa che con­sentì in que­gli anni un ine­dito pro­fi­cuo rap­porto fra movi­mento paci­fi­sta e schie­ra­menti poli­tici, fra cui si inne­stò un dia­logo che spinse un’ala nien­teaf­fatto secon­da­ria della social­de­mo­cra­zia (Palme, Foot, Brandt, Papan­dreu, gli olan­desi del PvA, il Psoe) a pro­porre una fascia deneu­cla­riz­zata in mezzo all’Europa. Nello stesso Par­la­mento Euro­peo si costi­tuì un "inter­gruppo" paci­fi­sta ricco di plu­rali pre­senze e assai attivo. (Non mi con­sta ce ne sia uno attualmente).

E anche il Pci, ini­zial­mente più restio ad acco­gliere il mes­sag­gio, per­ché sem­pre pre­oc­cu­pato di non appa­rire "anti­a­me­ri­cano", si aprì poi — con Ber­lin­guer — all’ipotesi del disarmo come un aspetto della costru­zione in Europa di quella "terza via" che auspicò isolato.

L’idea di fondo era che è inu­tile fare patti con gli amici (i bloc­chi mili­tari), occorre farli, per dif­fi­cile che sia, con il nemico: e cioè che biso­gna cer­care il dia­logo, il com­pro­messo, un accordo, che natu­ral­mente può farsi solo se ci si sforza di inten­dere le ragioni dell’avversario. Oggi la forza del paci­fi­smo si è affie­vo­lita, assai minore è la sua capa­cità egemonica.

Non solo per­ché tale­bani e calif­fato sono i nemici più odiosi pos­si­bili, ed è per­ciò più dif­fi­cile invo­care un dia­logo. Ma sarebbe pur sem­pre pos­si­bile com­pren­dere – e agire di con­se­guenza – le ragioni di quel vasto mondo isla­mico che per via del colo­nia­li­smo vec­chio e nuovo (e del raz­zi­smo verso chi di loro è venuto a vivere in Europa) fini­sce assai spesso per garan­tire un retro­terra ai più fana­tici. La prova sono i disa­stri pro­dotti da inter­venti mili­tari ope­rati ovun­que, dall’Afghanistan all’Iraq, senza cono­scere il con­te­sto entro cui anda­vano ad intervenire.

Peg­gio: volu­ta­mente igno­ran­dolo. Se si è arri­vati alla dram­ma­tica fana­tiz­za­zione attuale è soprat­tutto per que­sto. Per dif­fi­cile che sia, anche oggi occorre cer­care un «patto con i nemici». E dire con più forza, anche in que­ste cir­co­stanze, che gli inter­venti mili­tari hanno pro­dotto solo disa­stri, irri­gi­dito e fana­tiz­zato le parti.

Quel che rende tut­ta­via più dif­fi­cile oggi il com­pito del paci­fi­smo rispetto agli anni ’80 è l’ottusa sor­dità che ormai domina gli schie­ra­menti poli­tici: nella social­de­mo­cra­zia euro­pea non c’è più ombra di inter­lo­cu­tori, nel Pd meglio non parlarne. È que­sto muta­mento della sini­stra euro­pea, che è anche il segno della crisi della demo­cra­zia che viviamo, a ren­dere così dif­fi­cile la bat­ta­glia pacifista.

(Il che non è natu­ral­mente una buona ragione per arren­dersi, anzi).

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