di Antonio Sciotto

Gli 80 euro con­ti­nuano a non fun­zio­nare. Lo con­fer­mano anche i dati di luglio: i con­sumi non solo non si sono ripresi, ma addi­rit­tura hanno perso ter­reno. Ma il dato più pre­oc­cu­pante è che hanno regi­strato un segno meno anche gli ali­men­tari: insomma, il bonus fiscale voluto dal pre­mier Mat­teo Renzi resta tra i risparmi, o più pro­ba­bil­mente va a pagare i debiti delle fami­glie. Le rile­va­zioni ven­gono dall’Istat: –1,5% le ven­dite al det­ta­glio in luglio, rispetto allo stesso mese dell’anno pre­ce­dente (e –0,1% su giugno).

Gli ali­men­tari hanno pesato parec­chio sul dato nega­tivo gene­rale, con un sonoro –2,5%; male anche i beni non ali­men­tari (-1%). Ed è nega­tiva anche la media del tri­me­stre maggio-luglio 2014, rispetto a quello pre­ce­dente (-0,5%).

Si con­ferma uno stato di defla­zione, malat­tia in cui il nostro Paese come sap­piamo è pre­ci­pi­tato negli ultimi mesi. Non è “deflat­tivo” il dato di luglio (prezzi +0,1%), ma lo è cer­ta­mente quello dei primi 7 mesi del 2014: l’indice grezzo del valore totale delle ven­dite con­ti­nua a dimi­nuire (-1,1%) rispetto allo stesso periodo del 2013. Una varia­zione nega­tiva di pari entità (-1,1%) si è regi­strata sia per le ven­dite di pro­dotti ali­men­tari sia per quelle di pro­dotti non alimentari.

Le poli­ti­che di com­pres­sione dei diritti e dei salari degli ultimi anni, evi­den­te­mente, non per­do­nano: e l’agognata “ripresa”, con un aumento dei con­sumi che possa anche trai­nare ordini, pro­du­zione e Pil, non cade dal cielo come un regalo. E non bastano gli 80 euro, limi­tati peral­tro solo alla cate­go­ria dei lavo­ra­tori fino a 1500 euro di red­dito: i tan­tis­simi disoc­cu­pati, i pre­cari, i pen­sio­nati, gli inca­pienti, le par­tite Iva, tutti sog­getti che non pos­sono certo rilan­ciare i con­sumi gra­tis et amore.

Se si som­mano le poli­ti­che annun­ciate dal governo – abo­li­zione o dra­stico ridi­men­sio­na­mento dell’articolo 18, pos­si­bi­lità di deman­sio­na­mento, tanto per citare due car­dini del Jobs Act – si può ben imma­gi­nare che i lavo­ra­tori saranno ancora meno invo­gliati a spen­dere. Anche per­ché banal­mente non avranno le risorse, sem­pre più com­presse dalla corsa alla com­pe­ti­ti­vità sulle retribuzioni.

Ieri, giu­sto per con­fer­mare che que­sta ana­lisi non è pere­grina, sono arri­vati anche i dati Istat sulle retri­bu­zioni: i salari non sono cre­sciuti ad ago­sto rispetto a luglio; si è regi­strato invece un aumento dell’1,1% rispetto ad ago­sto 2013. L’Istat ricorda che – come suc­cesso con i dati di luglio 2014 – la cre­scita annua con­ti­nua a essere la più bassa almeno da 32 anni, ovvero dal 1982, data d’inizio delle serie rico­struite dall’istituto. Va ricor­dato ad esem­pio – c’è anche una mani­fe­sta­zione ad hoc pre­vi­sta l’8 novem­bre – lo stallo dei con­tratti del pub­blico impiego, che non vedono aumenti ormai dal 2009, e il governo ha annun­ciato un blocco anche nel 2015.

Ma l’Istat non è sol­tanto dati: è anche fatto di per­sone, uomini e donne che quei numeri rile­vano, ana­liz­zano, ela­bo­rano. Tan­tis­simi i pre­cari, pari almeno al 20% del per­so­nale: ieri, come è già acca­duto diverse volte negli ultimi anni, i lavo­ra­tori hanno bloc­cato l’uscita delle sta­ti­sti­che, ritar­dan­dola di un’ora. Chie­dono la sta­bi­liz­za­zione: sono 372 in tutto, con­trat­ti­sti a ter­mine, che se va bene otter­ranno un’ulteriore – l’ennesima – pro­roga. «In assenza dei requi­siti minimi per costruire un per­corso di inter­lo­cu­zione con il governo verso la sta­bi­liz­za­zione – scrive l’Assemblea dei pre­cari Istat in una nota – non si può che for­mu­lare un giu­di­zio di dis­senso rispetto alla gestione delle risorse umane».

I lavo­ra­tori chie­dono anche il rin­novo del con­tratto nazio­nale: «Le retri­bu­zioni con­trat­tuali sono ferme in ter­mini nomi­nali, ma in dimi­nu­zione in ter­mini reali – spiega la Flc Cgil – Diverse le cause: la decur­ta­zione del 10% del fondo per il sala­rio acces­so­rio, la sot­tra­zione delle risorse per la malat­tia, il tetto agli sti­pendi e il taglio dei buoni pasto. In media un dipen­dente pub­blico avrà perso circa 5 mila euro di sti­pen­dio nel caso in cui sarà con­fer­mato il blocco anche per il 2015».

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