DI ANDREA GIULI

I nodi sulla vertenza Ast stanno venendo al pettine. Non tutti magari e non tutti subito (tanto che la scadenza-tagliola del 4 ottobre per far scattare di nuovo la mobilità di 550 dipendenti potrebbe anche slittare e non di poco), ma probabilmente i più significativi.

E per scioglierli saranno necessarie almeno le due prossime riunioni fissate al Mise tra le parti, quella di oggi e quella del 30 settembre.
Stamane non dovrebbe esserci la ministra Guidi (ci sarà però il responsabile dell’Ufficio crisi aziendali del ministero, Castano), la quale pare stia lavorando sodo per chiudere almeno un primo accordo entro, appunto, il 30 settembre. Una intenzione che avrebbe esternato informalmente anche martedì scorso, in una delle varie riunioni separate.

L’auspicio ministeriale si basa essenzialmente su due punti principali, almeno per ora: il fatto che il Governo stesso si stia scervellando per mettere sul tavolo una contropartita da offrire alla ThyssenKrupp, sotto forma di sconti tariffari sull’energia (senza configurare possibili aiuti di Stato soggetti a sanzioni europee) o di incentivi in termini di ammortizzatori sociali; la disponibilità dichiarata nel summit di martedì (già oggi vedremo se alle parole seguiranno dei fatti) dall’azienda di rivedere nella sostanza alcune, fondanti linee del piano industriale originario di Tk e di ridiscutere determinati numeri e situazioni.

In tal senso, una delle paroline magiche che sembrano aver destato più attenzione nel corso della maratona al Mise di 2 giorni fa, fa riferimento alla cosiddetta “gestione degli insaturi”, ovvero come sistemare e programmare nel corso dei prossimi 12-24 mesi un certo numero di lavoratori più o meno temporaneamente in esubero, rispetto alla capacità di marcia dell’assetto impiantistico dell’Ast che, sembra, il management potrebbe anche lasciare sostanzialmente invariato. E qui si inserisce l’elemento potenzialmente di svolta sul quale si incentrerebbe il confronto di oggi: la multinazionale potrebbe anche non spegnere il secondo forno fusorio, ma tenerlo in funzione ricalibrando verso l’alto le tonnellate di acciaio di fondere, con qualche periodo di marcia a scartamento ridotto. I cosiddetti insaturi che si creerebbero potrebbero essere gestiti con ammortizzatori sociali.

Fermo restando che sul tavolo ci potrebbero essere anche sostanziosi incentivi di accompagnamento alla mobilità (sul modello Berco già condotto dall’attuale ad di Ast, Morselli), tanto maggiori economicamente quanto a più stretto giro i singoli lavoratori coinvolti decidessero di accedervi.

In questo modo (e considerando anche il ricorso all’insourcing, ovvero al recupero di personale e servizi a discapito delle ditte terze) si potrebbe determinare una situazione di fatto di “esuberi zero” o decisamente ridotti. Ma si tratta, per ora, di ipotesi, di possibilità su cui comunque si discuterà in questi giorni. Senza contare che c’è da approfondire il delicato discorso del taglio proposto del contratto integrativo, così come quello degli investimenti giudicati insufficienti dai sindacati. Certamente, una possibile mediazione dovrà consentire pure ai sindacati territoriali di non rimanere, almeno interamente, con la patata bollente in mano.

Il tutto, infine, con sullo sfondo l’inserimento del caso Ast nella più generale vertenza della siderurgia nazionale che il Governo sta trattando, compresi possibili acquirenti. Scenario che, però, non sembra immediato, stante alle parole recenti della stessa Morselli (ma il consigliere comunale Crescimbeni rilancia una sollecita vendita al Gruppo Arcelor-Mittal).

Da oggi, dunque, carte scoperte al Mise. Chissà se saranno buone per una prima, reale intesa. Impresa tutt’altro che semplice.

 

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