di Antonio Sciotto

E così per il momento il decreto sull’articolo 18, minac­ciato dal pre­mier Mat­teo Renzi due giorni fa, non si farà. Ma ovvia­mente non si esclude, e resta come una spada di Damo­cle sui lavori del Par­la­mento: infatti ieri nella mag­gio­ranza si è rag­giunto l’accordo su un emen­da­mento all’articolo 4 del Jobs Act, che il governo ha pre­sen­tato, atten­dendo adesso che la delega venga appro­vata al più pre­sto. Saranno poi i decreti dele­gati, decisi dall’esecutivo e su cui le com­mis­sioni par­la­men­tari potranno espri­mere solo parere con­sul­tivo (e niente voto in Aula), a rifor­mare non solo l’articolo 18, ma l’intero Sta­tuto dei lavo­ra­tori, ad esem­pio su deman­sio­na­mento e video­sor­ve­glianza. Un colpo di mano di Renzi, che in pra­tica così ottiene carta bianca.

Infatti, pur­troppo, la delega che otterrà il governo non è scritta con dei paletti tali da esclu­dere che venga eli­mi­nato il rein­te­gro, e non a caso Mau­ri­zio Sac­coni (Ncd) gon­gola, men­tre espo­nenti cri­tici del Pd, come Ste­fano Fas­sina e Cesare Damiano, con grande dif­fi­coltà ten­gono le posi­zioni di difen­siva. Così come è scritto l’emendamento, è una vit­to­ria di Sac­coni, Pie­tro Ichino e della parte ren­ziana del Pd (la sua mag­gio­ranza), che all’articolo 18 – si è ormai capito – non tiene affatto: per le nuove assun­zioni» viene pre­vi­sto "il con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti in rela­zione all’anzianità di ser­vi­zio", recita il testo.

Una for­mula aperta a tutte le inter­pre­ta­zioni, come si vede, che potrebbe con­ser­vare l’articolo 18 (con la rein­te­gra) in fondo al con­tratto di 3 anni, ma che potrebbe benis­simo anche leg­gere quel «tutele cre­scenti» solo come il diritto a un sem­pre più sostan­zioso risar­ci­mento mone­ta­rio, e nulla più.

Non basta: se ne parla poco, sicu­ra­mente meno, vista l’importanza sim­bo­lica dell’articolo 18, ma il governo e gran parte della mag­gio­ranza stanno atten­tando ad altre fon­da­men­tali tutele del lavoro. Infatti l’emendamento pre­vede anche "una revi­sione" della disci­plina dei con­trolli a distanza e delle man­sioni, inter­ve­nendo così con la delega sugli arti­coli 4 e 13 dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori. Si va verso una "fles­si­bi­lità" nelle man­sioni, anche "per la tutela del posto di lavoro": cioè il datore di lavoro ti potrà deman­sio­nare (e pos­si­bil­mente ridurti sala­rio e altri trattamenti/condizioni di lavoro, ma que­sto dipen­derà dal testo) anzi­ché licen­ziarti. Un “ricatto” che si com­prende bene, visti i tempi di crisi. Ancora: se oggi è vie­tato, gra­zie allo Sta­tuto, pun­tare le tele­ca­mere sulle pre­sta­zioni di lavoro, e si pos­sono uti­liz­zare solo per la sicu­rezza degli impianti, pre­sto il governo potrebbe deci­dere di dare l’ok a una sorta di “grande fra­tello” che con­trolla tanti operai-robottini.

Ecco i testi della delega: l’emendamento pre­vede "la revi­sione della disci­plina delle man­sioni, con­tem­pe­rando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del per­so­nale in caso di pro­cessi di rior­ga­niz­za­zione, ristrut­tu­ra­zione o con­ver­sione azien­dale con l’interesse del lavo­ra­tore alla tutela del posto di lavoro, della pro­fes­sio­na­lità e delle con­di­zioni di vita, pre­ve­dendo limiti alla modi­fica dell’inquadramento". E, inol­tre, indica "la revi­sione della disci­plina dei con­trolli a distanza, tenendo conto dell’evoluzione tec­no­lo­gica e con­tem­pe­rando le esi­genze pro­dut­tive ed orga­niz­za­tive dell’impresa con la tutela della dignità e della riser­va­tezza del lavoratore". Infine, è pre­vi­sta l’introduzione di un "sala­rio ora­rio minimo" anche per i coco­prò, e l’agenzia unica per le ispe­zioni sul lavoro.

L’inasprimento del Jobs Act ha acce­le­rato la rea­zione dei sin­da­cati. Sia Cgil, che Cisl e Uil annun­ciano mobi­li­ta­zioni. Mau­ri­zio Lan­dini (Fiom) si dice "«pronto allo scio­pero", Luigi Ange­letti (Uil) e Susanna Camusso (Cgil) non lo esclu­dono. E Camusso aggiunge che l’eliminazione dell’articolo 18 "è uno scalpo per i fal­chi della Ue". Fal­chi Ue? Ieri il super com­mis­sa­rio rigo­ri­sta, Jyrki Katai­nen non ha par­lato, ma ha fatto esporre il suo por­ta­voce: "La man­canza di fles­si­bi­lità nel mer­cato del lavoro ita­liano è uno dei punti cri­tici che abbiamo più volte sottolineato".

Insomma, si con­ti­nui su que­sta strada. E nella mag­gio­ranza a que­sto punto si sca­tena la guerra sulla scrit­tura dei futuri decreti dele­gati. Sac­coni è certo sull’interpretazione della delega: "Per i neo assunti non ci sarà rein­te­gro, ma un inden­nizzo cre­scente con l’anzianità di ser­vi­zio». Inter­pre­ta­zione di ban­diera della destra", lo boc­cia subito Cesare Damiano: "Secondo noi alla fine del per­corso si deve matu­rare il diritto alla reintegra".

Dal Pd, infine, si leva la voce di Ser­gio Cof­fe­rati, euro­de­pu­tato ed ex segre­ta­rio della Cgil, che portò 3 milioni di per­sone in piazza il 23 marzo 2002, pro­prio in difesa dell’articolo 18 con­tro l’attacco sfer­rato dal governo Ber­lu­sconi: "La can­cel­la­zione del rein­te­gro in caso di licen­zia­mento discri­mi­na­to­rio è un grave errore poli­tico — ha detto — Spero ci sia un ripen­sa­mento del governo e nel partito".

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