Vincenzo Vita

 

«Oggi qui, domani là», can­tava Patty Pravo nel ’67. E oggi così è costretto a dire chi vuole con­sul­tare i testi-documenti dell’Archivio cen­trale dello Stato, senza atten­dere navette o quant’altro, dovendo cor­rere dalla sede romana dell’Eur a quella nuova di Pome­zia. Anzi, nep­pure. Nell’ubicazione pome­tina non ci sarà una sala di studio.

È incre­di­bile: il Tem­pio della Memo­ria col­let­tiva è dislo­cato in maniera casuale e disor­ga­nica, come nell’esempio evo­cato. In un paese dove impera la pro­prietà immo­bi­liare, meno del 35% delle sedi degli Archivi e delle Sovrin­ten­denze è dema­niale. Il resto è in loca­zione e i canoni di affitto ammon­tano a più di 22,5 milioni di euro, pari a circa 4/5 del bilan­cio dell’amministrazione archi­vi­stica. Gli spic­cioli dovreb­bero bastare per l’attività. Figu­ria­moci: manca per­sino l’attrezzatura per la digitalizzazione.

È, pur­troppo, acca­duto quanto ave­vano pre­co­niz­zato Linda Giuva e Mariella Guer­cio (2006) sul pas­sag­gio da un sistema carat­te­riz­zato dal poli­cen­tri­smo – modello posi­tivo — ad una fram­men­ta­zione della fun­zione con­ser­va­tiva.
Non è una que­relle tra cen­tro e peri­fe­ria. In Gran Bre­ta­gna la sede dei Natio­nal Archi­ves sta a Kew, nei pressi di Lon­dra; in Fran­cia a Fon­tai­ne­bleau: strut­ture moderne, dotate di accor­gi­menti archi­tet­to­nici e ambien­tali ade­guati, non­ché ben col­le­gate alla città. Non solo. Il recente decreto legge («Art bonus») ha abbas­sato da qua­ranta a trent’anni i ter­mini del ver­sa­mento dei docu­menti da parte delle ammi­ni­stra­zioni sta­tali e la dese­cre­ta­zione di tanti mate­riali (stragi, atten­tati e così via) ha giu­sta­mente reso pub­blici atti finora top secret.

Così, gli attuali scaf­fali degli Archivi non ce la fanno. Per dirne una: chi volesse con­fron­tare i testi della serie tele­vi­siva «Romanzo cri­mi­nale» con gli atti del pro­cesso con­tro la banda della Magliana avrebbe grandi dif­fi­coltà. L’Archivio di Roma non ha spa­zio. È un effetto con­creto della spen­ding review, intesa come taglio lineare. Come ha denun­ciato recen­te­mente il sovrin­ten­dente Ago­stino Atta­na­sio, i finan­zia­menti pub­blici sono stati dimez­zati nel 2013 rispetto all’anno pre­ce­dente. E pro­prio nella legge di sta­bi­lità del 2012 a stento si riu­scì a sal­vare gli Archivi dalla man­naia distruttiva.

Si rischia la deser­ti­fi­ca­zione dei saperi. Chissà se il mini­stro Fran­ce­schini ascol­terà le grida di dolore dei pro­fes­sio­ni­sti che hanno dedi­cato la loro vita alla tutela del patri­mo­nio ita­liano, con scarsi mezzi e nel disin­te­resse del potere politico.

Urge, subito, un chia­ri­mento. È un capi­tolo di un più vasto discorso, che riguarda i cri­teri ispi­ra­tori del rior­dino del Mini­stero dei beni e delle atti­vità cul­tu­rali. La que­stione degli Archivi è emble­ma­tica: riguarda l’identità pro­fonda dello stato-nazione, la resi­stenza al sotto-pensiero omo­lo­gante. Il patri­mo­nio arti­stico e cogni­tivo è, nella stra­grande mag­gio­ranza della sua entità, com­po­sto da spazi pub­blici, come scrive acu­ta­mente Tomaso Mon­ta­nari (2014).

Ecco, allora, l’importanza di un vero inve­sti­mento pro­dut­tivo –per rispar­miare si deve prima spen­dere un po’, com’è noto — che rilanci i luo­ghi della nar­ra­zione sto­rica, acqui­sendo per gli archivi almeno una parte dei tanti edi­fici dismessi, ristrut­tu­ran­doli adeguatamente.

Non c’è tempo. Si aprono due strade alter­na­tive: la sot­to­mis­sione alle élite «esclu­denti» – come nelle parole di Paolo Ferri intro­dut­tive del feli­cis­simo volume «La cono­scenza come bene comune» (2009) curato da Char­lotte Hess e Eli­nor Ostrom– ovvero la deli­nea­zione di un altro «Rinascimento».

Condividi