di Antonio Sciotto

Pre­ci­pita improv­vi­sa­mente il ver­sante eco­no­mico del governo Renzi, dopo le ammis­sioni dello stesso pre­mier, la set­ti­mana scorsa, sul fatto che sarebbe stato dif­fi­cile rispet­tare le pre­vi­sioni di cre­scita con­te­nute nel Def. Ieri sono arri­vate due pesanti “maz­zate”. La prima, più poli­tica, con il sostan­ziale fal­li­mento della spen­ding review, almeno nella ver­sione Cot­ta­relli: il pre­si­dente del con­si­glio ha dato al com­mis­sa­rio un sostan­ziale ben­ser­vito. Dall’altro lato, con­ti­nuano a pio­vere dati nega­tivi: ieri l’Istat ha rile­vato che il Pil è pra­ti­ca­mente in stagnazione.

Carlo Cot­ta­relli, il cui con­tratto come com­mis­sa­rio alla spen­ding scade il pros­simo 31 otto­bre, due giorni fa aveva avan­zato una dura cri­tica al governo e alla mag­gio­ranza, spie­gando che l’attuale amplia­mento della spesa rischia di vani­fi­care i tagli finora fatti, peral­tro già impe­gnati, e che impe­di­scono inol­tre una even­tuale ridu­zione delle tasse. Ieri poi si sono dif­fuse voci di un suo pos­si­bile addio – che l’interessato però non ha voluto con­fer­mare, dichia­rando solo un laco­nico: «Il lavoro va avanti».

Ma evi­den­te­mente l’attacco di Cot­ta­relli a Renzi non è pia­ciuto, e così ieri pome­rig­gio, dalla dire­zione del Pd, è arri­vato l’affondo: «Faremo anche senza di lui», ha detto il pre­mier. «Io non so quel che farà Cot­ta­relli, lo rispetto, lo stimo e farà quel che crede – ha con­ti­nuato – ma la revi­sione della spesa la faremo anche senza di lui». La spen­ding review «c’è, chiun­que ci sia come com­mis­sa­rio, que­sto o un altro. Il punto è quale revi­sione della spesa faremo. Per­ché con i 16 miliardi che stanno» nella spen­ding «siamo al 2,3%, non al 3%».

Per Renzi, «i numeri non sono un pro­blema»: «La vera que­stione che abbiamo di fronte – spiega – è non inca­po­nirsi su una vir­gola per­ché c’è la prio­rità della poli­tica, che o riprende spa­zio e fa il suo mestiere o nes­suno di noi ha un ruolo. Se riu­sciamo a essere coe­renti con que­sto man­dato il 40% è coe­rente. Ma se dele­ghiamo ai tec­nici il com­pito di gover­nare discu­tendo di una pol­trona o due, per­diamo la scom­messa e anche l’elettorato».

Un suc­ces­sore di Cot­ta­relli ci sarebbe già: Renzi vor­rebbe pro­muo­vere il suo fidato con­si­gliere eco­no­mico, Yoran Gutgeld.

D’altronde, il qua­dri­me­stre che si apre in set­tem­bre non sarà certo facile: biso­gnerà pre­pa­rare la nuova legge di Sta­bi­lità, stan­ziando cioè i fondi per il 2015. Si cal­cola che, al minimo, ser­virà una mano­vra di 16 miliardi di euro: già sol­tanto gli 80 euro – se si vor­ranno sta­bi­liz­zare, ma d’altronde così ha pro­messo il pre­mier – costano 10 miliardi.

E poi ci sono i soldi della cassa in deroga, da rifi­nan­ziare: il cal­colo parla di 1,2 miliardi, ma solo a coper­tura totale del 2013 e 2014; poi c’è il 2015 (anche se que­sto stru­mento va ad esau­rirsi). E, insieme, le mis­sioni mili­tari, oltre pro­ba­bil­mente a un ritocco per il defi­cit: visto che il debito aumenta, il Pil rista­gna, e la Ue non ci ha con­cesso di rin­viare dal 2015 al 2016 il pareg­gio di bilan­cio, anche i conti rischiano di sal­tare, e ser­virà quindi una nuova inie­zione di risorse.

Quanto all’Istat, quello di ieri è stato solo l’antipasto del docu­mento atteso il 6 ago­sto: tra cin­que giorni arri­ve­ranno infatti le nuove pre­vi­sioni sulla cre­scita, e dopo le pesanti sfor­bi­ciate già sfer­rate da Banca d’Italia e Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale, si pre­vede un taglio anche dall’istituto di sta­ti­stica. Con quel 0,8% pre­vi­sto dal governo nel Def, che resta sem­pre più isolato.

Lo stesso mini­stro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ieri ha dovuto ammet­terlo: «La situa­zione eco­no­mica in Ita­lia e nella Ue – ha spie­gato – è meno favo­re­vole di quello che spe­ra­vamo a ini­zio anno» e «richiede un mag­giore sforzo per la cre­scita e il con­so­li­da­mento dei conti pub­blici».
«Serve ancora di più uno sforzo sia nazio­nale che euro­peo per la cre­scita – ha con­cluso il mini­stro – In un con­te­sto di con­so­li­da­mento dei conti, biso­gna pen­sare alle misure per crescere».

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