Per la prima volta, nel secondo dopoguerra, la sinistra comunista non sarà rappresentata nel Consiglio comunale di Perugia. Non si tratta di un dato isolato e casuale, ma si iscrive nella crisi generale delle forze a sinistra del Pd (solo parzialmente mitigata dal risultato della lista Tsipras), che, se non invertono la tendenza, stanno rischiando l’uscita definitiva di scena.

E’ utile una discussione aperta e approfondita sulle cause della sconfitta, una riflessione, come si diceva una volta, critica e autocritica,prima di lanciare nuovi incitamenti e appelli “patriottici” a rinsaldare le fila nella lotta contro la “Giunta della destra”, appelli che, per quanto generosi nelle intenzioni, corrono il rischio di rimanere inascoltati in quanto lontani dal sentimento prevalente della popolazione. La città, anche la parte più scettica nei confronti del nuovo Sindaco, è in attesa, in una certa misura speranzosa, delle mosse di quest’ultimo ed è sui provvedimenti concreti della nuova amministrazione, oltre che sulla sua “linea” generale, che andrà costruita l’opposizione e la battaglia con proposte alternative. Il punto è che, a Perugia, una parte dell’elettorato progressista ha smarrito le ragioni della differenza tra destra e sinistra. Questo è accaduto, non solo per un carico di responsabilità storiche del Pd che ha abbandonato questo fronte di lotta ideale e politica, ma anche perché questa differenza è caduta, in questa città, nei fatti.

Chi è che, a Perugia, ha ridotto la “sicurezza” ad un problema di polizia, negando ostinatamente qualsiasi relazione tra essa è il modello di sviluppo della città? Chi è che ha perpetuato la politica di sviluppo abnorme, commerciale e urbanistico, delle periferie e di desertificazione del centro storico? Chi è che ha, ostinatamente ed in contrasto con la realtà, negato un evidente declino della città, mentre questo colpiva e intristiva l’animo dei perugini? Chi ha blanditoi cosidetti poteri forti, avviato la privatizzazione delle aziende municipalizzate, tenuto in piedi un sistema di potere insofferente e arrogante, che premia i fedeli ed esclude i meritevoli? Tutto questo, l’ha fatto la sinistra, non la destra!

Certo che il Pd porta la colpa principale della sconfitta. Ma la sinistra ha la responsabilità di avere riconfermato un’alleanza, sostanzialmente rinunciando ad ogni discussione programmatica, essendo alla fine individuata come pura forza di complemento, corresponsabile della cattiva amministrazione. Non sfugge, nell’ambito di questo ragionamento, la consapevolezza della difficoltà rappresentata da una legge elettorale che penalizza le forze minori che scelgono di correre da sole. Ma il risultato finale del voto, con un pezzo di progressismo civico che sceglie (quasi per disperazione) l’alleanza col centro destra, dimostra che una “alternativa di sinistra” alla crisi della città e al centro sinistra decadente, poteva essere tentata. Andava avviata, naturalmente, non a ridosso del voto, ma con congrui mezzi di comunicazione con l’opinione pubblica e con largo anticipo temporale.  Invece, per dire le cose come stanno, una pratica, che compagni “movimentisti” in altri tempi avrebbero definito “tutta politicista”, ha indotto la pur giusta aspirazione ad entrare in Consiglio comunale, ad essere l’unica ed esclusiva bussola orientativa della situazione.

Per di più e tanto per cambiare, la sinistra si è presentata divisa in liste incomunicanti, anzi in concorrenza tra di loro e ha offerto l’immagine, con la squallida vicenda dell’entrismo su Sel, di avere pienamente introiettato le degenerazioni e il malcostume della politica odierna.

Ricostruire, adesso, non sarà facile. Prima di tutto bisogna superare la sindrome del tradimento. Il problema non è la colpevole defezione dal voto di una parte dell’elettorato e di gruppi dirigenti. Anche così fosse, bisognerebbe proporsi l’interrogativo del perché è avvenuta e questo ricondurrebbe, in ogni caso, al problema di fondo che è la rottura, per i motivi sopradetti, di un rapporto positivo e fiduciario con la città. All’orizzonte della sinistra perugina dei prossimi mesi vanno messe parole d’ordine come apertura e rigenerazione, unità e riunificazione, rielaborazione programmatica, tentativo di ricostruzione su basi nuove e quindi senza darne per scontato l’esito, di un nuovo centro sinistra che punti a riprendersi il governo della città.

E’ utile, come qualcuno ha proposto, cominciare con una discussione collettiva. Ma, si tratta di intendersi; non serve una assemblea sfogatoio, chiassosa che, alla fine, lascia tutto come sta. Meglio una discussione più distesa e profonda, di carattereseminariale, con tutti quelli che vogliono partecipare.

Leonardo Caponi

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