di Leonardo Caponi

 

PERUGIA - Non è esatto, come da più parti si continua a dire, che la sinistra ha “perso” Perugia dopo averla governata per settanta anni. In realtà nel giugno del 1964, esattamente cinquanta anni fa, veniva eletta una Giunta Dc Psi, che allora si chiamava di centro sinistra e che sarebbe rimasta in carica fino al 1970, un anno in più del dovuto, per far coincidere le nuove elezioni comunali con le prime regionali. I socialisti perugini seguirono la linea nazionale del loro partito, guidato da Pietro Nenni e abbandonarono l'alleanza col Pci che, da solo, non ebbe mai a Perugia la maggioranza assoluta dei voti né quella dei 26 consiglieri necessari per governare da solo. In realtà la responsabilità di quella grave e traumatica sconfitta non fu nel “tradimento” dei socialisti,” ma ebbe, come si diceva allora, cause “soggettive” politiche e sociali. Il Pci fu colto in contropiede dal passaggio dalla mezzadria all'industria. Mentre compariva sulla scena un nuovo, numeroso, proletariato industriale e un “popolo” urbanizzato, i comunisti continuarono a rappresentare quella che era ormai la marginalità mezzadrile e gli artigiani dei vecchi borghi. Il Pci reagì a quell'insuccesso con un cambio della sua struttura organizzativa e della politica verso la città. La lista per le elezioni del 1970 ne fu lo specchio fedele. Essa si presentò come un riuscito mix di rappresentanza sociale all'interno della quale spiccava un forte nucleo operaio, costituito da protagonisti delle lotte di quegli anni, insieme a figure per così dire di tutt'altro genere, come quelle del mondo delle professioni e dell'intellettualità cittadina. La lista era guidata dall'ing. Ilvano Rasimelli e, di fronte al fallimento amministrativo dell'esperienza precedente, ottenne uno straordinario successo col 45% dei voti (a quei tempi votava il 93% degli aventi diritto) e 23 consiglieri comunali.

   Ricordare oggi queste vecchie vicende avrebbe poco senso se non fosse per una delle pochissime analogie con i tempi attuali. Il Pd a Perugia, alle recenti comunali, ha pagato un alto prezzo politico ad un deficit di rappresentanza sociale. Ha rappresentato il tradizionale, apparentemente inossidabile ma sempre più ristretto, “partito dei ponti” e dei circoli e una fascia, politicamente rampante, di professionisti e borghesia cittadina medio alta. Non ha dato voce, non solo al proletariato industriale (che ancora esiste) e a quei settori di sofferenza e precariato sociale (particolarmente giovanile) che nessuno si cura più di rappresentare, ma neppure ad vasto popolo “intermedio”, che è il suo elettorato classico, i tanti dipendenti pubblici per fare un esempio, che si è sentito insoddisfatto, deluso, tradito e che ha manifestato questa sua protesta non andando a votare o, addirittura, votando la destra..

   Se le cose stanno in questi termini, probabilmente, un eccesso di ricerca di responsabilità personali (che pure evidentemente hanno pesato) nella sconfitta e la proposizione di una disputa vecchio nuovo staccata dai contenuti, corrono il rischio di essere fuorvianti. Il punto parrebbe piuttosto quello, per il Pd e tutto il centrosinistra di riallacciare un rapporto con la città profonda, su basi evidentemente nuove. Quali? Qui si apre un vasto campo di ricerca. Di sicuro innovando le modalità di gestione del potere e avviando una riflessione (che dovrebbe valere anche per chi è chiamato ad amministrare nei prossimi anni) su un modello di sviluppo della città incentrato sull'abbandono e il declino del centro storico e l'abnorme sviluppo commerciale delle periferie che l'elettorato ha dimostrato di non gradire.

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