Paradosso perugino
di Leonardo Caponi
PERUGIA - E’ un paradosso che il “berlusconismo” espugni Perugia quando, in campo nazionale, è all’apice della sua crisi e pare destinato al tramonto. Ma, a Perugia, non ha vinto il centro destra; ha perso il centro sinistra. Alcuni dei motivi “recenti” della sconfitta erano apparsi già in campagna elettorale: dall’ostinazione con la quale si è continuato a dare della città un’immagine così ottimistica da apparire surreale e, palesemente, non in sintonia con lo stato d’animo preoccupato e insoddisfatto dei perugini, ad alcune spericolate operazioni politiche su liste e alleanze che, evidentemente, anch’esse, non hanno riscosso il consenso degli elettori.
Ma, in realtà, l’affanno del centro sinistra si era manifestato almeno da un paio di legislature a questa parte. Finché le risorse a disposizione del sistema (o dei sistemi) di potere sono state sufficienti, il deficit è stato contenuto; quando sono irrimediabilmente calate, è esploso. Sulla vittoria del centro destra o sulla sconfitta del centro sinistra hanno inciso cause varie e diverse, alcune anche contraddittorie, o parzialmente contraddittorie, tra di loro. Sicuramente in primo piano sono stati i temi della sicurezza e della droga: la richiesta di più forti misure repressive e di controllo, con qualche accentuazione ai limiti del “forcaiolo”, ha convissuto con quella di maggiore “integrazione” e più interventi di carattere sociale e, soprattutto, di una nuova politica di ripopolamento del centro storico e arresto dell’abnorme sviluppo urbanistico e commerciale delle periferie. Si è affermata, a torto o a ragione, l’idea di un declino della città al quale occorre in qualche modo reagire, insieme alla richiesta di maggiore trasparenza e apertura (il centro destra l’ha chiamata la “liberazione” da un sistema) nella gestione della cosa pubblica e delle pratiche ad essa connesse. Il tutto è confluito in una generale richiesta di “cambiamento” che ha trovato, nella faccia da “bravo ragazzo” di Andrea Romizi, il suo referente.
Il risultato choc, come ha titolato il Corriere dell’Umbria, è destinato a produrre una “rivoluzione” nella città e soprattutto nel centrosinistra perugino. Forse si aprirà una stagione dei “lunghi coltelli” e forse troverà corpo (le avvisaglie già ci sono) una contrapposizione, da stabilire quanto presunta o reale, tra “nuovo” e “vecchio” Pd. La scelta forse più sgradevole sarebbe quella di trovare un unico capro espiatorio. Al di là della solidarietà umana che in politica è merce sempre assai effimera e più rara, scaricare tutta la responsabilità sul sindaco uscente suonerebbe come un eccesso di semplificazione, equivalendo a sostituire con la individuazione di un deficit personale (che evidentemente c’è stato ed ha inciso) una doverosa riflessione sui limiti e gli errori di una linea amministrativa e su un sistema di gestione del potere che va, evidentemente, ripensato.
Coloro che, nonostante la sconfitta, continuano a mantenere il loro cuore e il loro cervello a sinistra, non possono che sperare che questi cinque anni di opposizione possano portare a una “rigenerazione” e a un rilancio della propria parte politica, per tornare a proporsi, come è già accaduto in altre città umbre, come alternativa alla guida della città.
Sul nuovo sindaco cade adesso un compito molto delicato. Dalle prime dichiarazioni, egli sembra averne consapevolezza. Il fatto è che la sua vittoria trae origine da due “domande” che salgono da versanti diversi: una da “destra”, l’altra da “sinistra”. Conciliarle sarà un bel rebus e richiederà grande maestria, anzi, più che maestria, grande apertura. Se il centro destra e le liste sue alleate intenderanno il loro governo come una rivalsa punitiva verso il centro sinistra, non si andrà lontano. L’augurio è che il nuovo Consiglio comunale, nella dialettica anche aspra tra maggioranza e opposizione, lavori per il bene generale della città.




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