di Tommaso Nencioni

Nel 1975 un pool di auto­re­voli intel­let­tuali sti­lava, per la Com­mis­sione Tri­la­te­rale – un auto­re­vole think thank con­ser­va­tore, al di là della leyenda negra che la cir­conda – un ampio “Rap­porto sulla gover­na­bi­lità delle demo­cra­zie”. La ste­sura del rap­porto rap­pre­senta una cesura fon­da­men­tale nella sto­ria della bat­ta­glia delle idee nove­cen­te­sche, in quanto suonò la diana per quella riscossa neo-conservatrice che poi a par­tire dal decen­nio suc­ces­sivo dispiegò per intero la pro­pria ege­mo­nia. Si trat­tava, secondo Cro­zier, Hun­ting­ton e Wata­nuki, di sal­vare la demo­cra­zia libe­rale, attra­verso la con­cen­tra­zione del potere di gover­nance nelle mani di éli­tes tra­di­zio­nali, da quell’“eccesso di domanda” che aveva carat­te­riz­zato il ciclo dei “trenta gloriosi”.

Affin­ché ciò avve­nisse, lo scon­tro poli­tico si doveva ridurre ad un gioco a somma zero tutto ricon­dotto nel recinto delle classi diri­genti. Il ceto poli­tico doveva in qual­che maniera essere reso avulso dallo scon­tro tra inte­ressi con­trap­po­sti ine­rente ad una società divisa in classi por­ta­trici di inte­ressi – e di dise­gni poli­tici – con­trap­po­sti. Non a caso, a par­tire dal decen­nio suc­ces­sivo, par­la­mento e sin­da­cati di classe furono messi sotto attacco, in quanto istanze respon­sa­bili di quell’ “eccesso di domanda”, e più in gene­rale in quanto case di rap­pre­sen­tanza e di sin­tesi di inte­ressi contrapposti.

Pro­prio in Ita­lia, un filo rosso in que­sto senso lega la Grande Riforma di Craxi, la Bica­me­rale Berlusconi-D’Alema e il pro­getto Renzi. A livello di senso comune, la rea­liz­za­zione di que­sto dise­gno eli­ta­rio pre­sup­po­neva che fette viep­più cre­scenti di popo­la­zione – sostan­zial­mente, i ceti subal­terni – smet­tes­sero di cer­care nella poli­tica rispo­ste col­let­tive ai pro­pri problemi.

Le recenti ele­zioni euro­pee si iscri­vono a pieno in que­sto ciclo politico-culturale. Le ana­lisi dei flussi elet­to­rali, per rima­nere al caso ita­liano, lo dimo­stre­reb­bero. All’altissima asten­sione, i ceti popo­lari hanno con­tri­buito in maniera copiosa. Tra quelli che si sono recati alle urne, chi con­ce­pi­sce la pro­pria situa­zione come “disa­giata” si è rivolto in larga misura al M5S. Anche ciò che resta del ber­lu­sco­ni­smo, oltre alla Lega, vive di una certa sovra­rap­pre­sen­ta­zione in que­sta fascia di popo­la­zione, men­tre il Pd, e addi­rit­tura la lista Tsi­pras, vedono un soste­gno tra le sud­dette classi disa­giate infe­riore alla per­cen­tuale totale di elet­tori rac­colta. La visco­sità sociale a soste­gno delle varie forze in campo appare insomma, più che un riflesso di feno­meni reali certo pre­senti nella società – la scom­po­si­zione della classe ope­raia in una miriade di lavori e di con­te­sti sociali – una diretta con­se­guenza dell’espulsione di un intero blocco sociale dall’arena politica.

Quali le forze sociali rima­ste in campo, dun­que? Per rispon­dere a que­sta domanda, la meta­fora usata da Renzi in cam­pa­gna elet­to­rale, del derby tra la rab­bia e la spe­ranza, non è da deru­bri­care a bou­tade slo­ga­ni­stica. Si affron­tano, da una parte, un ceto medio colto, cosmo­po­lita, abi­tuato alla poli­tica, sod­di­sfatto eco­no­mi­ca­mente e social­mente o comun­que spe­ran­zoso di giun­gere all’ambita sod­di­sfa­zione. Magari attra­verso la poli­tica: diret­ta­mente, con la distri­bu­zione di cari­che, o indi­ret­ta­mente, attra­verso la ripresa dell’erogazione della spesa pub­blica, non neces­sa­ria­mente in ter­mini clientelari.

Dall’altra è in campo un ceto medio incat­ti­vito, che vede a rischio il pro­prio sta­tus, poco incline all’accoglienza del “diverso”, indi­vi­dua­li­sta e insof­fe­rente nei con­fronti dello Stato inteso come comu­nità di regole, salvo poi pre­ten­dere elar­gi­zioni sia in ter­mini clien­te­li­stici che in ter­mini di defi­sca­liz­za­zione. Come spet­ta­tori, si assie­pano sugli spalti, in basso, i ceti subal­terni, che assi­stono alla que­relle con indif­fe­renza o insof­fe­renza. Dall’alto una occhiuta élite, inca­ri­cata di sor­ve­gliare che lo spet­ta­colo non pro­duca eccessi rimarchevoli.

A ben vedere, il suc­cesso del Pd ren­ziano risiede nella sua capa­cità di pescare con­senso mag­gio­ri­ta­rio tra tutte le parti in campo; in misura minore que­sto vale anche per il M5S, men­tre la destra man­tiene, pur disperso in più for­ma­zioni, il pro­prio zoc­colo duro tra gli “arrab­biati”. Se que­sto è il pano­rama, atten­dere un effet­tivo cam­bia­mento in base a solu­zioni mira­co­li­sti­che appare vano. Nell’osservare il pano­rama europ«eo da un con­te­sto distante anni luce – anche cul­tu­ral­mente – il socio­logo mar­xi­sta bra­si­liano Emir Sader si diceva col­pito non tanto dalla man­canza di pro­getti alter­na­tivi in campo, quanto dalla man­canza del fer­mento sociale suf­fi­ciente a farli lie­vi­tare. Un fer­mento sociale che era stato l’ingrediente fon­da­men­tale per il cam­bia­mento di rotta poi veri­fi­ca­tosi sul piano poli­tico nell’America Latina che, a par­tire dai primi anni due­mila, ha ini­ziato a pren­dere coscienza del fal­li­mento del para­digma neo-liberista.

In realtà il pano­rama non è così uni­voco, ma è senz’altro vero che forze di sini­stra di alter­na­tiva, por­ta­trici di un’ipotesi di cam­bia­mento forte, sono uscite rin­vi­go­rite lad­dove – Spa­gna e Gre­cia in primo luogo – movi­menti di resi­stenza hanno preso forza prima di tutto nella società, e forze poli­ti­che strut­tu­rate e cre­di­bili ne hanno sin­te­tiz­zato le espe­rienze e le esi­genze. In man­canza di que­sta spinta dal basso, spe­cial­mente ad opera del movi­mento dei lavo­ra­tori – anche la più raf­fi­nata ricetta per “uscire dalla crisi da sini­stra” è desti­nata ad un ben misero riscon­tro. Si tratta di rom­pere quel recinto così sapien­te­mente archi­tet­tato, ormai quarant’anni fa, nel “Rap­porto sulla gover­na­bi­lità delle democrazie”.

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