di Vincenzo Vita

La media pon­de­rata dei com­menti sulle recen­tis­sime ele­zioni euro­pee (e ammi­ni­stra­tive) è pres­so­ché una­nime nella con­vin­zione che la vec­chia tele­vi­sione gene­ra­li­sta sia risorta e abbia vinto l’incontro-scontro con la rete. C’è, ovvia­mente, del vero. I dati sulle pre­senze dei lea­der sullo schermo sono impie­tosi, usando come metro di misura la par con­di­cio, “asfal­tata” per dirla alla moda del tempo.
Tsi­pras ha resi­stito mira­co­lo­sa­mente. Ai tre lea­der prin­ci­pali sono state attri­buite le quan­tità pre­va­lenti del tempo di antenna e di parola, secondo le rile­va­zioni di «Geca Ita­lia»; non­ché dell’audience poten­ziale, sulla scorta delle rile­va­zioni del Cen­tro di Ascolto per l’Informazione Radio­te­le­vi­siva. Con l’unica variante del secondo posto asse­gnato a Ber­lu­sconi in nome dell’inerzia lunga delle lar­ghe intese media­ti­che: e del con­flitto di inte­ressi, diven­tato nel frat­tempo una vera e pro­pria ideologia.

Quindi, cer­ta­mente la tele­vi­sione ha avuto un ruolo assai rile­vante. Tut­ta­via, è bene inten­dersi. La pre­sunta «goleada» del pic­colo schermo a sca­pito di Inter­net non c’entra niente. Intanto, per­ché la rete ormai conta non poco, chec­ché se ne dica alter­nando enfasi e demo­niz­za­zione. Non esi­ste­rebbe alcun appun­ta­mento elet­to­rale senza bache­che elet­tro­ni­che o capil­lari invii di mail. Se mai, va con­sta­tato il defi­ni­tivo rove­scia­mento del tra­di­zio­nale rap­porto tra tele­vi­sione e politica.

Dalla dia­let­tica più o meno fer­tile, si è pas­sati all’identificazione. La poli­tica si svolge in grande parte negli studi di una tele­vi­sione, che si è fatta a sua volta diret­ta­mente discorso poli­tico. Il resto, per­sino gli anti­chi e vitu­pe­rati comizi, con­ti­nua ad esi­stere, ma non resi­ste­rebbe da solo: senza lo spec­chio della Regina dei media.

Di tutto que­sto il prin­ci­pale vei­colo sono i talk-show, enorme neo-genere che ha invaso i palin­se­sti. Un po’ per i bassi costi, un po’ per il feno­meno gene­rale di muta­zione della comu­ni­ca­zione poli­tica, certo i talk bat­tono gli altri for­mat, fino ad appa­rire il nuovo cen­tro tole­maico della pro­gram­ma­zione. Non sono uguali, ovvia­mente. Anzi. Ma il modello – che solo qual­che anno fa vedeva come pro­ta­go­ni­sti alter­na­tivi Vespa e San­toro — oggi è un pro­dotto seriale, spesso ripe­ti­tivo. Come ripe­ti­tivo è il casting poli­tico, dif­fi­cil­mente vero prim’attore e piut­to­sto con­te­sto scenico.

Niente di nuovo sotto il sole, stig­ma­tiz­ze­ranno i medio­logi. In fondo, già nel 1988 un acuto pro­fes­sore dell’università del Wiscon­sin – Mur­ray Edel­man — scri­veva «Costruire lo spet­ta­colo poli­tico», in cui si anti­ci­pa­vano diverse ten­denze esplose con l’avvento defi­ni­tivo della società dell’informazione. «La con­no­ta­zione di ‘inno­va­tore’ è impli­cita nel ter­mine ‘lea­der’, a indi­care colui che intra­prende un cam­mino ori­gi­nale che altri seguono o emulano….questo senso cen­trale del ter­mine per­mea di sé tutte le azioni del lea­der, gli con­fe­ri­sce indis­so­lu­bil­mente l’aura dell’innovatore….». Sem­bra oggi. Così, larga parte della ricerca ha messo in luce – ina­scol­tata — quanto la poli­tica si stesse destrut­tu­rando, ingo­iata dalla società media­tica, che pen­sava — invece — di potere usare a sua imma­gine e somi­glianza. Il con­trol­lore si è tra­sfor­mato in controllato.

Il rodeo tele­vi­sivo ha gra­ve­mente inde­bo­lito rifles­sione e argo­men­ta­zione, sosti­tuite da frasi apo­dit­ti­che, scol­le­gate di sovente da qual­siasi visione pro­get­tuale. Insomma, la muta­zione antro­po­lo­gica è avve­nuta. E qui, per citare Gaber, non si capi­sce dov’è la destra e dov’è la sinistra.

Chissà se vin­ci­tori e vinti ne ter­ranno conto e si sot­trar­ranno all’avvento del «par­tito unico televisivo».

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