*Terza Parte

di Guido Viale

Il sociale e il politico

Tutto qui? potrebbe chiedere un sostenitore della “forma partito” o, più in generale, di una soggettività politica sostanzialista. Il tema rimanda in realtà a qualcosa di più generale: al superamento o alla dissoluzione della distinzione tra il sociale e il politico, tra i movimenti e la loro direzione, tra i cittadini e la loro rappresentanza, nelle istituzioni e non. Il Novecento aveva “risolto” quella distinzione in termini di dialettica tra avanguardia e masse, o tra azione sindacale – in senso lato – e partito; o partiti. Ma il Novecento, nel corso della sua evoluzione, ha anche finito per assorbire nei meccanismi della gestione statuale del potere tutte le istituzioni storiche che i movimenti sociali si erano dati nel corso delle lotte e dei conflitti che hanno concorso a instaurare le moderne forme di democrazia a suffragio universale e di Stato sociale nelle nazioni dell’Occidente.

E ora, ma è da tempo che ciò succede, i movimenti si riaffacciano sulla scena del conflitto in forme in cui le distinzioni tra iniziativa dal basso e rappresentanza e tra sociale e politico sono sostanzialmente azzerate. Ciò affonda definitivamente anche il tentativo di sostituire al modello in via di tramonto della forma partito, o del “soggetto politico”, una concezione “pesante” e sostanzialista della rappresentanza: cioè una concezione che non si limiti a designare con questo termine una pattuglia piccola o grande di parlamentari o di consiglieri nelle istituzioni della democrazia rappresentativa, ma la ponga al centro del processo organizzativo della transizione verso una società diversa, cercando cosi di sottrarsi all’ambivalenza intrinseca del “soggetto”.

Certamente, data la varietà e la frammentazione delle modalità in cui i movimenti si manifestano, ci sono e ci saranno sempre, da un lato, organismi che privilegiano la dimensione politica generale del loro agire e che si assumono per questo, accettati e condivisi o no che siano, ruoli che hanno a che fare con una regia dei movimenti in campo (Alba e uno di questi); e dall’altro, organismi gelosi invece della loro connotazione sociale e restii a espandere in termini politici la loro iniziativa; ma nonostante ciò, o forse proprio perché non accettano di essere “rappresentati” da altri, pienamente se non compiutamente “politici” anch’essi.

Ci troviamo in realtà di fronte a un passaggio che mette in discussione non solo la storia recente e meno recente delle sinistre nate dall’evoluzione del movimento operaio, ma persino un tratto costitutivo della modernità: la distinzione tra la sfera del politico, della rappresentanza, degli istituti che si presentano come il prodotto del contratto sociale diverso e separato dai “soggetti” che lo hanno realizzato – e l’ambito degli interessi fondamentali che quella sfera dovrebbe rappresentare, e che in qualche modo rappresenta. Ma solo finche la cittadinanza si presenta di fronte ad essa nella forma di individui atomizzati e isolati. Quella forma in cui si radica l’idea che non si possano esprimere legittimamente i propri interessi se non attraverso la mediazione delle istituzioni: cosa palesemente falsa, soprattutto al giorno d’oggi. Perché quegli interessi hanno cessato da tempo di sentirsi “rappresentati” – e l’estraneità e il rigetto della politica in Europa e in tutto il mondo occidentale ne è una conseguenza non congiunturale, ma strutturale – soprattutto quando quella cittadinanza si ricompone in forme condivise, come movimento di lotta, o come sperimentazione di nuove pratiche di lavoro e di vita.

Oggi infatti la condivisione e i legami sociali costruiti dentro un agire collettivo sono l’ambito privilegiato, se non esclusivo, della maturazione e dello sviluppo dell’autonomia personale del singolo; mentre l’individuo isolato, l’homo oeconomicus (se mai esistesse), il Robinson Crusoe anonimamente immerso nella società di massa vivono in balia di tutti i condizionamenti che pubblicità, media, “mercati” e sfera separata della politica esercitano su di loro. L’individuo che dovrebbe essere il soggetto e l’attore del patto sociale che legittima le istituzioni è stato completamente assorbito da queste ultime, e ora deve affidare la salvaguardia della propria persona e della propria individualità alla rivolta, alla ribellione, alla lotta, alla decisione di imboccare un cammino diverso da quello che gli e stato prospettato; cioè alla ridefinizione della sua identità  in un processo collettivo.

 

Soggetto e rappresentanza

Cosi, grazie o a causa di quella ambivalenza, sia il “soggetto politico” che la sua “rappresentanza” vivono come poli di una continua oscillazione che finisce, da un lato, per ricondurre tutte le istituzioni all’iniziativa creatrice e costituente del soggetto (il “comune” di Negri e Hardt non e che l’ultimo approdo di una concezione bulimica, ipertrofica e totalizzante della soggettività – vecchia di cinquant’anni – secondo cui le istituzioni del capitale non sono che il prodotto dell’iniziativa, ieri della classe operaia, oggi della “moltitudine”); dall’altro, a ridurre l’iniziativa politica e sociale alla sua rappresentanza, o alla sua capacita di “autorappresentarsi.

Ma in entrambi i casi si finisce cosi per azzerare il rapporto dialettico, conflittuale, ma anche “contrattuale”, tra movimento e istituzioni. Contrattuale nel senso della continua rinegoziazione dei termini di un rapporto tra due contraenti che rimangono distinti e per lo più contrapposti; ma entrambi al tempo stesso sociali (in quanto espressione di interessi consolidati di parte) e politici (in quanto mettono in discussione la gestione del potere).

Per questo occorre accettare il dato, sostanzialmente estraneo alla cultura della sinistra legata alla storia del movimento operaio, che la costruzione di un’organizzazione non sia un processo unico, ma possa avvenire solo per strati sovrapposti o per comparti contigui relativamente indipendenti tra loro e non sempre interconnessi o facilmente collegabili. Per esempio, un’eventuale rappresentanza parlamentare – che non deve per forza configurarsi come “partito”, pur potendo costituire un punto di riferimento importante per la maturazione di uno o molti movimenti – dovrà si connettersi il più possibile con le forme organizzate del suo elettorato, ma non potrà mai dipenderne.

Oppure, le buone pratiche tese a sperimentare forme di vita, di lavoro e di consumo alternative hanno un lungo percorso da compiere per potersi innestare e portare un contributo sostanziale, a un movimento di disoccupati o di lavoratori precari o a dei lavoratori in lotta per la difesa del proprio posto di lavoro (e viceversa); o a comunità che si battono contro la devastazione dell’ambiente in cui vivono. E ancora, studenti e operai, scuola e lavoro possono trovare momenti di unità in mobilitazioni comuni, ma poi la strada di un collegamento più stretto e più produttivo – portare la scuola in fabbrica e in azienda e i problemi del lavoro nelle scuole e all’università, non solo in termini di reciproca comprensione, ma anche in quelli di una comune elaborazione di progetti di riconversione produttiva – è un’altra cosa; eppure è una prospettiva irrinunciabile.

Già oggi le pratiche di un diverso approccio al consumo che si sono andate affermando con i Gruppi di acquisto solidale hanno reso disponibili anche un modo diverso di intendere l’alimentazione e offerto uno sbocco commerciale ad alcune enclave di agricoltura sostenibile; ma coinvolgere in un processo del genere un’intera cittadinanza e i governi locali del territorio è un processo organizzativo di tutt’altra dimensione. Lo stesso vale per il ricorso alle fonti di energia rinnovabile, per l’efficienza energetica degli edifici e delle imprese, per la mobilita sostenibile, per la gestione dei rifiuti, ecc.

 

Decostruzioni

Infine, oltre a porsi in una prospettiva costituente con queste pratiche, occorre anche adottare un approccio “decostruttivo”, un impegno alla dissoluzione progressiva dei legami e dei vincoli su cui e costruita l’attuale organizzazione sociale, a partire dalle strutture dell’impresa, della pubblica amministrazione e delle forze armate cosi come sono organizzate oggi. Solo ostacolandone il funzionamento ordinario (che ordinario non e mai, perché frode e processi “estrattivi” si annidano sempre in ogni angolo di istituzioni sottratte all’imperativo della trasparenza e del controllo pubblico) possono nascere embrioni di una gestione alternativa delle attività produttive, del governo locale, della gestione dell’“ordine”.

Quest’ultimo tema – la gestione dell’ordine – è tanto più importante se non si vuole eludere un problema che il discorso politico sull’organizzazione tende da tempo a trattare sempre meno, o con una visione sempre più corta: che è il tema della forza e del crescente potere, non solo militare, ma anche politico ed economico, che le forze armate tendono ad avere in tutte le società di un mondo ormai globalizzato (e che proprio per questo non dovrebbe più conoscere guerre), fino a diventare spesso gli arbitri delle sorti di un intero Paese. Se sono caduti da tempo i miti della presa del Palazzo d’Inverno, o l’attesa di una liberazione delle citta ad opera di una guerriglia che parta dalle campagne del mondo,

il bagno di sangue in cui sono precipitati alcuni dei Paesi – come Libia e Siria, ma anche Yemen e Barhein – che avrebbero forse voluto e potuto unirsi al movimento delle primavere arabe e contribuire alla sua generalizzazione, rendono evidente un dato di fondo, che d’altronde ci viene confermato dall’esito, per ora, della vicenda egiziana.

Il monopolio statale della forza, oggi visivamente incarnato in Italia dalle “forze dell’ordine” (Polizia e Carabinieri, con un back-office in larga parte della magistratura), ma sempre più compenetrato – in Campania come in Valle di Susa e in molti altri posti ancora – da una presenza invasiva delle Forze armate, non può essere messo in forse che a partire dal loro interno: attraverso l’allentamento dei vincoli che legano l’esecuzione degli ordini a una gestione antidemocratica e antipopolare dei diversi corpi. L’obbedienza, diceva già Don Milani, non è una virtù… Il modello su cui occorre lavorare e verosimilmente quello, pacifico, della rivoluzione dei garofani in Portogallo, che l’isolamento internazionale, l’insufficiente consolidamento delle organizzazioni delle forze rivoluzionarie e la mancanza di un’ipotesi praticabile e di lungo periodo di gestione del potere non erano stati in grado, allora, di tenere in vita a lungo.

Su tutti questi temi l’organizzazione si forma sia attraverso campagne di opinione e battaglie culturali per affermare un punto di vista concreto, praticabile, diverso e opposto a quello del pensiero unico dominante – per esempio, su temi come la pace, il reddito di base incondizionato, il salario minimo garantito, la riduzione dell’orario di lavoro, la democrazia nei posti di lavoro, il valore della cultura indipendentemente dalla sua redditività, la difesa a oltranza del diritto alla dignità, all’esercizio della cittadinanza, alla pensione, alla protezione sanitaria, all’istruzione, ecc. – sia attraverso le lotte per la difesa del posto di lavoro, per condizioni di lavoro sicure a dignitose, per la difesa del potere di acquisto di stipendi e salari o contro il precariato; sia, ancora, attraverso la mobilitazione sociale di una comunità contro lo scempio e la manomissione del suo territorio, o per fare spazio e dare forza a un diverso modo di vivere e di lavorare; quella lotta di cui la Valle di Susa rappresenta l’esempio più chiaro e luminoso.

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