L’Europa al bivio. Un terreno di lotta irrinunciabile - (Seconda parte)
*Seconda Parte
di Guido Viale
L’utopia reazionaria del ritorno alle sovranità nazionali
Tutti e tre questi approcci guardano all’Europa come a un terreno irrinunciabile della lotta politica che deve portare, nelle intenzioni di chi li promuove o li sostiene, a una maggiore integrazione sia culturale che delle economie e delle istituzioni sociali dei Paesi membri e a una maggiore eguaglianza sia tra Paesi diversi che all’interno di ciascuno di essi. Per questo si tratta di approcci radicalmente opposti a quelli che individuano la strada per uscire dalla crisi economica e delle istituzioni europee in un ritorno alle sovranità nazionali in campo monetario (“uscita dall’euro” e svalutazioni competitive), tariffario (protezionismo), fiscale (spesa pubblica finanziata dalla banca centrale nazionale) e produttivo (nazionalizzazioni senza prospettare nuove forme di controllo sull’operato delle imprese).
Il paradosso di queste proposte e che, pur presentandosi come alternativa al predominio incontrastato delle dottrine liberiste, rimangono interamente interne alla loro logica: pensare di recuperare competitività e spazio per le esportazioni di ogni singolo Paese sui mercati internazionali attraverso la svalutazione della propria valuta, in una gara di competitività al ribasso tra Paesi impegnati tutti sulla stessa strada, significa ritenere che ciò che e stato possibile in questi anni alla Germania in Europa o alla Cina nel mondo sia replicabile da tutti; senza tener conto del fatto che ai surplus commerciali dei Paesi “vincenti” devono corrispondere necessariamente dei deficit di quelli perdenti.
Che è il ruolo, quest’ultimo, che è stato fatto giocare all’Italia e ai Piigs in questi anni in Europa. E questo, proprio in quel contesto di business as usual (cioè insistendo su produzioni che stanno perdendo mercato) che impone che alla competitività dei Paesi membri non vengano imposti limiti e regole: limiti e regole che soltanto la rinegoziazione e la riformulazione generale dei trattati europei potrebbero e dovranno introdurre. Inoltre, un approccio fondato sul recupero di una evanescente sovranità nazionale non tiene conto ne dei problemi connessi al sempre più pesante impatto ambientale delle produzioni in essere – e del sistema che le genera – ne del fatto che nel corso degli ultimi decenni il mondo e profondamente cambiato, e quello che aveva favorito lo sviluppo economico tra sessanta e trent’anni fa – in particolare la divisione internazionale del lavoro del tempo e la connessa distribuzione settoriale dei “punti di forza” – non funziona più altrettanto bene ne adesso ne funzionerà più in futuro; proprio perché altre sono le cose da fare e da produrre.
Chi porterà avanti quel progetto?
Il problema sembra quindi quello di “dare gambe” a un progetto che integri tra di loro – nella misura del possibile – i tre approcci europeisti di cui sopra. O, piuttosto, quello di valorizzarne le elaborazioni e riformularne congiuntamente i termini alla luce delle indicazioni che si possono ricavare dalle dinamiche e dalle impasse in cui sono incorsi o stanno incorrendo in tutto il continente europeo i movimenti sociali in atto o in gestazione. Negli ultimi tre anni, a partire dalle primavere arabe, dal movimento 15 maggio in Spagna e dalle mobilitazioni contro le politiche imposte dalla Troika in Grecia, passando per Occupy Wall Street e Occupy the World negli Stati Uniti, per approdare, per ora, all’occupazione di Piazza Taksim in Turchia e alla rivolta contro le spese folli per le Olimpiadi in Brasile – e senza mettere nel conto le decine di migliaia di rivolte in Cina, che hanno costretto il governo di quel Paese a invertire rotta, e altro ancora – il mondo ha assistito a una grande mobilitazione contro le diseguaglianze economiche e sociali, contro le politiche dei Governi che le tollerano o le promuovono, contro il predominio dell’alta finanza che le impone ovunque. Quelle mobilitazioni non si sono certo dissolte nel nulla, ma hanno dato vita a organismi e iniziative di base che si sviluppano prevalentemente nei coni d’ombra che i media producono numerosi intorno alle aree messe a fuoco in forme sempre più conformisticamente omogenee.
Anche in Italia c’è stato e c’è tuttora un grande fermento di iniziative e di lotte che non accenna a ridursi, anche perché le condizioni di vita della maggioranza della popolazione sono in via di netto peggioramento e per molti hanno già raggiunto un punto di non ritorno. Nel nostro Paese però è prevalsa una frammentazione delle mobilitazioni che non e riuscita finora a trovare che pochi momenti significativi di confluenza. Ma non va dimenticato che alla mobilitazione mondiale contro la globalizzazione liberista del 15 ottobre 2011 l’Italia aveva dato il contributo di gran lunga maggiore, sia in termini numerici che di varietà delle presenze sociali in piazza; e questo nonostante che la manifestazione di Roma fosse poi finita male per l’iniziativa congiunta delle forze dell’ordine e di una componente gratuitamente violenta dei manifestanti.
Ma questa frammentazione è tuttavia accompagnata da una intensità di elaborazioni, di sperimentazioni, di buone pratiche, di vita associativa e di lotte esemplari che ha pochi riscontri in altri Paesi europei. Il problema del nostro rapporto con l’Europa e del modo in cui costruire la strada verso l’Europa che vogliamo, verso un’Europa che raccolga le rivendicazioni e le istanze espresse dalle lotte e dai movimenti sociali di questi anni viene cosi a coincidere con il problema dell’organizzazione. Qual'è il “soggetto” in grado di promuovere questa trasformazione di portata internazionale?
E come allargare, interconnettere e omogeneizzare – lasciando perdere il termine “unificare”, che rischia di travalicare gli intenti e le peculiarità irriducibili delle istanze che vorrebbe sostenere – quegli spezzoni di resistenza e di opposizione al dominio della attuale governance europea? Quelle manifestazione della ricerca di un’alternativa che potrebbero costituire la linfa e il motore di questa transizione?
Ambivalenza della ricerca di un “soggetto”
Forse è però opportuno prendere le distanze dal termine soggetto, che tanto spazio occupa nella pubblicistica e nel discorso intorno al tema dell’organizzazione e della lotta politica e sociale. Soggetto e un termine complesso che in qualche modo rimanda al concetto di “sostanziale”, di “solido”, di “monolitico”. In senso letterale soggetto e ciò che “sta sotto” – un po’ come “suddito”, “sottoposto” o “sostrato”: qualcuno o qualcosa che prende forma da un’entità o da un potere superiore. Ma nell’età moderna – e ancor oggi nella pubblicistica corrente – soggetto e soggettività hanno subito un’inversione radicale del loro significato originario, venendo a indicare autonomia, iniziativa, potere costituente.
E tuttavia gran parte del pensiero contemporaneo ha portato allo scoperto, dietro la pretesa di attribuire alla soggettività un potere costituente, quel retroterra semantico “sostanzialista” e subalterno che rispunta spesso inconsapevolmente, e condiziona pesantemente, i termini in cui si svolge il dibattito politico dei giorni nostri. Questi slittamenti semantici hanno creato intorno al termine soggetto un regime di ambivalenza. Da un lato quel soggetto politico è tendenzialmente sintetico, unico, competitivo, maschile, totalizzante; proteso a fagocitare tutti gli altri aspiranti allo stesso ruolo. Dall’altro resta confinato in un ruolo subordinato di “supporto” di qualcosa senza di cui non riesce a prendere forma.
Adottare quindi qualche cautela nei confronti dell’esaltazione corrente della “soggettività” equivale comunque a rinunciare alla prospettiva di costruire “il partito”, nazionale o europeo, che guidi le masse verso la conquista, violenta o pacifica, centralizzata o diffusa, del potere, o dei poteri; ovvero, per usare una terminologia corrente nella pubblicistica sull’argomento, significa adottare un approccio radicalmente critico nei confronti della “forma partito”; un’espressione nei cui termini e già implicita la subalternità del soggetto sociale rispetto a ciò che gli da forma. Il problema dell’organizzazione va cosi ricondotto a quello della crescita, dell’interconnessione e della combinazione in processi più ampi, delle lotte, delle buone pratiche e delle istanze critiche in essere (inclusa la corposa elaborazione teorica sviluppata sull’argomento). E questo, relativamente a tutto l’arco delle problematiche, delle istituzioni, dei settori produttivi e delle componenti sociali che costituiscono il tessuto socio-istituzionale dell’Europa.
Si tratta innanzitutto di creare un “ponte”, anzi, molti “ponti” (Alex Langer, che era un vero europeista, amava molto questa metafora, che d’altronde ben si combina con quella della strada da costruire utilizzata in questa sede) tra realtà differenti per dimensioni, per rilevanza, per composizione sociale, per cultura, per tradizione, per radicamento territoriale, per il diverso grado di intensità con cui ciascuna di esse vive la crisi. Oltre che, ovviamente, per nazionalità e per lingua madre: un fattore, questo, che non solo rende complicata la comunicazione tra i popoli dell’Europa, ma avviluppa e rinserra spesso ciascuno di noi in problematiche particolari che coloro che appartengono a un diverso universo linguistico hanno difficolta a comprendere e far proprie. In tutti i casi e comunque essenziale rispettare le diverse specificità, cercando di ricavarne un arricchimento per tutti.




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