L’Europa al bivio. Un terreno di lotta irrinunciabile - (Prima Parte)
di Guido Viale*
Sul cammino dell’alta finanza
L’Europa e a un bivio. Da una parte c’è una strada già segnata e intensamente frequentata dagli organi centrali dell’Unione europea (Commissione, Consiglio e Bce), dal Fondo Monetario Internazionale (Imf), dai Governi dei Paesi membri, dai partiti che li sostengono e, soprattutto, dall’alta finanza che domina il mondo, che governa un’economia ormai globalizzata, che detta i principi e impone le scelte a cui tutti – comprese le costituzioni democratiche che intralciano le sue attività – devono adeguarsi. Forse non e stata prestata sufficiente attenzione allo slittamento semantico implicito nella graduale sostituzione del termine “mercato” (al singolare), fino a ieri presentato come l’ambiente ideale per risolvere, nel senso di una loro ottimizzare, i problemi di tutti e di ciascuno, con il termine “mercati” (al plurale), che indica invece, in ultima analisi, un numero molto ristretto di attori: i protagonisti dell’alta finanza internazionale, che “votano” al posto nostro, cioè che decidono che cosa debbano fare i governi di ogni Paese e come debbano essere riformate leggi e costituzioni.
Quello slittamento allude alla transizione da un meccanismo anonimo, perché agito da tutti e da ciascuno, ma in teoria perfettamente trasparente (un meccanismo che in realtà non e mai esistito allo stato “puro”) a un potere opaco – e anonimo solo perché i suoi detentori preferiscono agire. Nell’ombra – che ha finito per polarizzare in misura crescente la società verso le punte estreme di una ricchezza e un potere immensi, da un lato, e di una povertà e ricattabilità crescenti dall’altro. In questo scivolamento semantico si riflette cioè il passaggio da una versione ottimistica del liberismo, che vede nel trionfo dell’economia di mercato in tutti gli ambiti della vita sociale la strada del progresso e del benessere, a una visione cupa e pessimistica, che presenta “i mercati” come potenze oscure a cui bisogna pero sottomettersi per non incorrere nella catastrofe (il default) che esse possono provocare in ogni momento.
La costruzione europea sotto attacco
In ogni caso quella strada, che e l’assetto attuale del capitalismo, oggi si manifesta in Europa nelle politiche di austerity imposte dall’alto, senza nessuna considerazione per i danni che provocano; ma domani potrebbe anche sfociare in orientamenti diversi o più laschi, che sarebbero pero sempre imposti sotto il rigido controllo dell’alta finanza e nell’esclusivo interesse dei suoi profitti. Quella strada sta in realtà portando alla dissoluzione quell’edificio europeo alla cui costruzione avevano concorso, con alterno impegno, le politiche adottate dagli Stati membri nella seconda meta del secolo scorso, dopo il disastro provocato da due guerre mondiali e la sconfitta delle dittature che ne incarnavano la logica in tempo di pace. E sta anche portando l’intera popolazione dell’Unione – con l’eccezione del numero sempre più ristretto dei suoi beneficiari – verso un intenso e feroce peggioramento delle sue condizioni di vita, del suo tessuto produttivo, dell’occupazione, dei redditi da lavoro. Un peggioramento che oggi investe i Paesi più periferici (i cosiddetti Piigs) lungo una traiettoria di cui la Grecia rappresenta, agli occhi di tutti, l’esito finale e obbligato; ma che e destinato a coinvolgere progressivamente anche i Paesi che oggi sembrano più “forti” e i cui governi, in nome di un successo ottenuto in gran parte a spese dei loro partner europei più deboli, hanno trasformato in religione le ragioni contingenti di quel loro precario successo.
Anche se non tutti i suoi membri hanno adottato la moneta unica, la dissoluzione della zona dell’euro sotto la pressione di spinte centrifughe o del progressivo accentramento del suo governo nelle mani di un numero di Paesi sempre più ristretto trascinerebbe con se l’intero impianto dell’Unione europea, riportando tutto il continente a una condizione di guerra commerciale di tutti contro tutti, in un mondo globalizzato dove ormai nessuna singola nazione potrà mai più “farcela da sola”. Ma dato il livello di integrazione ormai raggiunto dall’Unione, un esito del genere potrebbe preludere anche a un progressivo sfaldamento dell’unità delle singole nazioni: non in direzione di un decentramento federalista dei poteri, bensì verso una proliferazione di conflitti acuti e forse persino di guerre locali, come e successo a suo tempo ai margini dell’Unione, nella ex-Jugoslavia; o rischia di succedere oggi in Ucraina, e non solo.
Infine, quella e una strada su cui transitano persone e merci sorde di fronte ai rischi a cui stanno portando il riscaldamento del pianeta, i mutamenti climatici che esso comporta, la produzione di armi di distruzione di massa, l’inquinamento dell’aria, dei suoli e dell’acqua, la distruzione della biodiversità, l’imperativo di produrre sempre di più perché, per il pensiero dominante, soltanto con la crescita infinita della manomissione dell’ambiente si possono garantire condizioni di vita decenti a tutti. Quelle condizioni che, viceversa, proprio perseguendo un approccio del genere le oligarchie al potere non sono più in grado di offrire a nessuno che non faccia parte della loro cerchia sempre più ristretta.
Un cantiere in costruzione
Dal lato opposto del bivio c’e una strada ancora in gran parte da costruire, non solo perché manca per ora di un progetto organico, ma soprattutto perché manca – o non e ancora emerso alla luce del sole – un numero di attori sufficiente a metterne all’ordine del giorno la costruzione, a realizzarla, e a cominciare a frequentarla, “sottraendo traffico” alla strada dominata dall’alta finanza. La direzione di questa strada non e univoca ne del tutto chiara, ma non e nemmeno avvolta nelle nebbie: e una direzione in parte già consolidata negli obiettivi, nelle lotte e nelle buone pratiche di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori, di disoccupate e disoccupati, di cittadine e cittadini, e in parte ancora inespressa e tuttavia condivisa in forme vaghe e spesso indeterminate, da altri milioni e milioni di cittadine e cittadini europei.
E la direzione di un’umanità che vuole riappacificarsi con l’ambiente in cui vive senza rinunciare ai benefici che l’evoluzione della scienza e della tecnica consente; che non per questo intende rinunciare al conflitto – che e la molla della civiltà e dell’innovazione – ma vorrebbe riportarlo quanto più possibile in un ambito che escluda sangue e violenza; che cerca in tutti i modi di difendere la propria dignità; che lavora per recuperare una propria autonomia e un benessere personale in contesti di condivisione e di crescita collettiva. Certo, espressi in questi termini, quegli obiettivi non sono ancora esplicitamente perseguiti dalla maggioranza della popolazione (siamo cioè ancora molto lontani da quel fatidico 99% proclamato da Occupy Wall Street). Ma il numero degli attori che stanno lavorando, e da tempo, al cantiere di questa strada e molto maggiore di quanto le cronache, i media e l’indagine sociale ed economica lascino trasparire.
Non che manchino poi proposte, anche rigorosamente documentate e sostenute da un numero crescente di autorevoli studiosi – soprattutto in campo economico e giuridico – su come dovrebbe essere costruita questa nuova strada; o anche, più modestamente, su come tirarsi fuori dalla palude dell’austerity, i cui miasmi stanno soffocando ovunque benessere, convivenza civile e, sempre più, come in Grecia, persino la sopravvivenza.
Tre percorsi paralleli
L’attenzione dei più si concentra sui meccanismi che tengono bloccata la spesa pubblica, vagheggiando il ritorno a un mondo di ieri, in cui il sostegno ai redditi più bassi, il potenziamento degli istituti del welfare, e il supporto di un’industria di Stato o di una politica industriale dirigista nei settori portanti dell’economia avevano garantito – in Europa, ma non nel mondo – trent’anni di sviluppo economico quasi ininterrotto. Premessa irrinunciabile di questa prospettiva e la rinegoziazione radicale dei trattati che vincolano le politiche economiche ai diktat della banca centrale: fiscal compact, pareggio di bilancio, two packs, ecc.
Altri fanno notare che limitarsi ad affidare la ripresa dell’occupazione, dei redditi e del benessere alla mera riproposizione di un massiccio sostegno a domanda e offerta di quelle produzioni che hanno sorretto la crescita di molte economie nel corso degli anni – magari supportandole ora anche con massicce iniezioni di ricerca di base e applicata finanziata dallo Stato – non farebbe che accelerare la corsa verso il baratro: verso un disastro planetario per quanto riguarda l’impatto sull’ambiente; e verso una competizione sempre più serrata di tutti contro tutti, destinata a scaricarsi dalle imprese sui lavoratori perché producano sempre di più guadagnando sempre di meno: che e esattamente ciò che ha portato all’impasse dei giorni nostri.
Serve invece una radicale riconversione verso produzioni nuove che permettano di recuperare un rapporto rispettoso con l’ambiente in cui viviamo e di ricondurre l’attività economica e la gestione del territorio e delle comunità che lo abitano entro i limiti della sostenibilità: in campo energetico e in quelli dell’agricoltura e dell’alimentazione, innanzitutto; e, a seguire, nella manutenzione del territorio, del paesaggio, degli assetti urbani, del patrimonio edilizio e monumentale, nella gestione della mobilita, nel recupero di risorse dagli scarti della produzione e del consumo, oltre che, naturalmente, nei campi dell’istruzione, della ricerca e della promozione culturale. Una transizione che non può essere affidata solo all’innovazione tecnologica e alla sostituzione di prodotti a elevato impatto ambientale con prodotti maggiormente sostenibili, che e l’essenza di ciò che viene presentato come green economy; richiede un cambiamento radicale di paradigma nelle soluzioni organizzative e gestionali. In sintesi, un sovvertimento radicale dell’organizzazione sociale esistente.
Per questo, infine, molti mettono l’accento sulle trasformazioni di ordine politico e istituzionale che entrambi questi approcci richiedono come loro pre-condizione: l’Europa deve trasformare se stessa in una federazione di popoli governati in modo democratico (attualmente non lo sono affatto), decentrato (restituendo potere e risorse alle istituzioni della democrazia di prossimità: Comuni e territori, e non Stati nazionali e Regioni che, in molti casi, non sono che piccoli Stati), partecipato (affiancando una democrazia partecipativa di prossimità a quella rappresentativa), capace di sottoporre a un controllo dal basso gli strumenti centralizzati del governo dell’economia (la moneta, i tassi di interesse, la dimensione e la destinazione della spesa pubblica, la Banca centrale e il sistema bancario, gli investimenti per le infrastrutture, la ricerca e l’istruzione), quelli della politica estera (il ripudio della guerra, la cooperazione internazionale, l’organizzazione della difesa, l’immigrazione) e delle politiche sociali (il reddito di cittadinanza, la previdenza, la sanita, la contrattazione delle condizioni di lavoro, l’orario di lavoro, ecc.).
* economista, giornalista, esperto di tematiche ambientali
Fonte: Alternative per il Socialismo




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