di Anna Maria Merlo

Oggi è l’ultima occa­sione per intro­durre in Europa la tassa sulle tran­sa­zioni finan­zia­rie. A tre set­ti­mane dalle ele­zioni euro­pee, minac­ciate da asten­sione e cre­scita del rifiuto d’Europa dell’estrema destra, i mini­stri delle finanze hanno la pos­si­bi­lità di man­dare un segnale di svolta. Ma non suc­ce­derà, purtroppo.

Fran­cia e Ger­ma­nia si sono messe d’accordo per pre­sen­tare un’intesa minima: verrà dato il via libera a una tassa solo sul mer­cato azio­na­rio, cioè una rie­di­zione delle già esi­stenti tasse di Borsa, men­tre verrà riman­dato a un momento ulte­riore – che potrebbe non arri­vare mai – l’estensione della tassa sulle tran­sa­zioni ai pro­dotti deri­vati, ai mer­cati delle mate­rie prime e alle divise, che sono una fetta dieci volte mag­giore. Quando nel feb­braio 2013 era stata rilan­ciata da undici paesi Ue (tra cui l’Italia) l’idea di intro­durre que­sta tassa in coo­pe­ra­zione raf­for­zata (per sca­val­care il niet di alcuni stati), la Com­mis­sione aveva cal­co­lato che avrebbe potuto frut­tare 34 miliardi l’anno. E c’era già stata una rissa su come spar­tirsi la manna, che in una prima ver­sione, uto­pica, della Tobin Tax sarebbe dovuta andare all’aiuto allo sviluppo.

Gli stati sem­bra­vano pronti a devol­vere que­sti soldi alla ridu­zione del debito. Ma le ban­che – in pri­mis quelle fran­cesi e tede­sche, lea­der euro­pee dei deri­vati, appog­giate dalle ban­che cen­trali – hanno fatto un’efficace ope­ra­zione di lob­by­ing: il mondo della finanza ha minac­ciato il ritiro degli inve­sti­menti, il rischio di delo­ca­liz­za­zione e l’asfissia del finan­zia­mento dell’economia reale. La Gran Bre­ta­gna si è per­sino rivolta alla Corte di giu­sti­zia euro­pea, che ha però boc­ciato il ricorso, dove la City di Lon­dra sot­to­li­neava i «rischi» che la tassa, se adot­tata solo da 11 paesi Ue, avrebbe fatto cor­rere anche agli altri mem­bri Ue. Risul­tato: salvo la sor­presa dell’ultimo momento, il testo che i mini­stri delle finanze dell’Eurogruppo sot­to­por­ranno oggi ai 28 paesi Ue riguar­derà solo il mer­cato azio­na­rio.

In pro­spet­tiva, i 34 miliardi spe­rati si ridur­ranno a poco più di 3 miliardi. «Non credo che pas­se­remo un giorno alla tas­sa­zione dei pro­dotti deri­vati – pre­vede Pascal Can­fin, ex mini­stro fran­cese e fon­da­tore di Finan­cial Watch – sarà un fune­rale di prima classe, l’Europa si pri­verà del 90% della tassa che poteva incas­sare. Sarà una straor­di­na­ria occa­sione man­cata». Resterà così quasi intatto il rischio di una nuova «bolla» finan­zia­ria, per l’enorme cre­scita in atto dei pro­dotti deri­vati, all’origine con­ce­piti come «assi­cu­ra­zioni» con­tro i rischi della finanza ma che ormai si scam­biano a ritmo sfre­nato, quasi senza con­trollo: que­sto mer­cato ha ritro­vato i ritmi del 2008, cioè di prima della crisi (770mila miliardi di dol­lari nel primo tri­me­stre 2014, di cui 370mila miliardi in Europa e 220mila miliardi negli Usa).

Il pro­getto di una tassa sulle tran­sa­zioni finan­zia­rie venne pro­po­sto dalla Com­mis­sione nel 2011. L’ipotesi era di tas­sare a un tasso basso – lo 0,1% — le tran­sa­zioni in azioni e obbli­ga­zioni. Per i deri­vati era stata fatta l’ipotesi di una tassa dello 0,01%. Ma poi si sono mol­ti­pli­cati i bastoni tra le ruote. Non c’è nep­pure accordo su chi debba pre­le­vare la tassa: lo stato dove ha sede chi opera la tran­sa­zione oppure tutti i paesi impli­cati? La com­ples­sità dei mer­cati finan­ziari e la loro assenza di tra­spa­renza sono parte della mano­vra per sfug­gire alle imposte.

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