1 maggio 2014: festeggiamo il lavoro che non c’è?
di Stefano Vinti
PERUGIA - Se l’Italia vuole uscire dalla crisi deve abbandonare subito le politiche dell’austerità che hanno provocato la gravissima situazione in cui il paese sta affondando. Occorre dire basta ai ricatti delle banche, delle multinazionali e dell’Europa. E’ necessario avviare un nuovo modello di sviluppo economico e sociale, un’inversione di rotta che porti a nuove politiche economiche, puntare alla piena occupazione. Ci vuole un Piano per il Lavoro.
Il Governo Renzi va, al contrario, in tutt’altra direzione. Dall’ “austerità espansiva” alla “precarietà espansiva”. Il decreto precarizza definitivamente il mercato del lavoro, annullando la possibilità di un lavoro vero, concreto e stabile per tutti i lavoratori, giovani o meno. “Precarizzando” sistematicamente il lavoro non si genera reddito né occupazione, si precarizza la vita, si toglie la dignità al lavoratore condannato alla ricerca perpetua. A questo si aggiunge la banalizzazione del contratto di apprendistato. In sintesi: allungamento del contratto a tempo determinato a 36 mesi e semplificazione del contratto di apprendistato. Dismissione di risorse pubbliche, dismissione di risorse produttive e dismissione di risorse umane. L’annunciato Jobs act si abbatte pesantemente sui diritti dei lavoratori cancellandoli. I sindacati sotto scacco, incapaci di reazione ed inadeguati. Questa la fotografia del lavoro in Italia.
Gli ultimi dati del rapporto Istat confermano che si sono persi dall’inizio della crisi ben 1 milione e 200 mila posti di lavoro. I disoccupati sono raddoppiati, oltre 3,3 milioni di persone sono in cerca di lavoro e altri 3 hanno smesso di cercarlo.
Anche l’Umbria registra oltre 25.000 posti di lavoro persi nell’arco di questa crisi. Dati istat dicono che a fronte di 360.000 occupati, di cui 12.000 nell’agricoltura, 102.000 nell’industria, 245.000 nei servizi pubblici e privati, il tasso di attività è pari al 68,8%, il tasso di occupazione al 61,3%, il tasso di disoccupazione al 10,8% (che corrisponde a 43.000 persone in cerca di occupazione). Questo sommato al dato sui cassaintegrati, salirebbe al 12,4%, mentre se si tiene conto anche degli inattivi, in cerca di occupazione, saremmo di fronte a 67.000 persone (15,8%) che in Umbria rientrano nell’area del non lavoro.
Questo dato, già drammatico, rischia un peggioramento di fronte ad una assenza o ad una riduzione degli ammortizzatori sociali. In Umbria solo per quanto riguarda la Cig in deroga occorrerebbero 42 milioni di euro, di cui i primi 7 milioni, già esauriti, non hanno coperto neppure il primo trimestre 2014, con un accordo in proroga che seleziona fortemente i criteri di accesso che andrebbero rivisti.
Per contrastare tutto ciò è necessario un cambio radicale, una virata a 360 gradi in Europa come in Italia. Si abolisca il Fiscal Compact e gli accordi che impongono la devastante riduzione degli investimenti pubblici. Si attui un Piano del Lavoro contro l’aggravamento delle disuguaglianze, contro l’impoverimento crescente di grandi parti della popolazione, contro la disoccupazione e la precarizzazione dell’esistenza. In questa direzione non si può prescindere dalla lotta all’evasione fiscale, in Italia tra le più alte d’Europa, e dall’istituzione di una patrimoniale sulle ricchezze sopra i 700.000 euro.
Abbiamo bisogno di una nuova politica industriale, di creare nuovi posti di lavoro e lavori nuovi. Sosteniamo con investimenti pubblici i settori innovativi della conoscenza, sviluppiamo tecnologie e infrastrutture, rilanciando un’economia basata sulla qualità più che sulla crescita quantitativa, puntiamo alla conversione ecologica dell’economia, sosteniamo ricerca e cultura. Solo così possiamo creare quel lavoro che non c’è. Un lavoro che va redistribuito, finanziando la riduzione dell’orario e cancellando la controriforma Fornero, istituendo il reddito minimo per i disoccupati ed il salario orario minimo. Utilizziamo i fondi stanziati per le grandi opere inutili per l’unica grande opera fondamentale in Italia: la cura e salvaguardia del territorio e la lotta al dissesto idrogeologico.
Questo il nostro 1 maggio, per un’Europa dei diritti, del lavoro e dei beni comuni. Questa la nostra uscita a sinistra dalla crisi.




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