Perugina, Rsu: "Piano industriale e internalizzazione dei servizi esterni"
Ros. Par.
Perugia – Sarà una Pasqua all’insegna dell’incertezza per i lavoratori della Perugina. All’interno della nota fabbrica dolciaria si respira un’aria pesante, di incertezza nel prevedere il proprio futuro, ma soprattutto nel capire le reali intenzioni della multinazionale Nestlè. I lavoratori vivono ore di angoscia e stress, ma l’imperativo è mantenere la calma, aspettando maggio, quando a metà mese, ci sarà un nuovo incontro tra le tre sigle sindacali Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil dell’Umbria, la Rsu Perugina di San Sisto e l’azienda.
Solo in quel momento si conosceranno gli obiettivi della direzione commerciale della Nestlè Italia e soprattutto se accoglierà o meno le richieste fatte nei giorni scorsi: internalizzazione delle attività attualmente delegate da Nestlè a soggetti terzi, come possibile strumento per evitare i 180 esuberi nel periodo di curva bassa, ovvero nei mesi di minor lavoro per mancanza di commesse. Oltre a questo, sindacati e Rsu hanno anche ribadito la necessità di un piano industriale volto a rafforzare la fabbrica di Perugia, con investimenti che garantiscano maggiori volumi ed un parallelo rafforzamento della rete commerciale, che a quanto pare, per i sindacati, sarebbe carente nella promozione e distribuzione dei prodotti.
Per comprendere bene il quadro è necessario analizzare le tipologie contrattuali dei lavoratori stessi: full time a tempo indeterminato con 40 ore settimanali per 610 persone, tra produzione e impiegati, di cui 180 in esubero; part time sempre a tempo indeterminato con 30 ore settimanali per 264 operai; e 300 stagionali a tempo determinato da impiegare soprattutto nei periodi di maggiore produzione in vista delle commesse (Natale e Pasqua). A farci capire cosa sta succedendo sono Giuseppina Consoli (stagionale, il cui contratto è scaduto a fine gennaio) e Marco Ballerani (full time) della Rsu.
Come si è arrivati a questa situazione critica, che rischia di diventare una guerra tra poveri?
“Crediamo che l’obiettivo della Nestlè sia di precarizzare sempre più il lavoro – chiosa Consoli -. Prima c’era la possibilità di essere richiamati e di rientrare al lavoro nei momenti di curva alta, ovvero nei periodi in cui bisogna consegnare le commesse, che poteva essere agosto, fine gennaio o febbraio. Ora, invece, l’azienda preferisce prendere più stagionali e farci lavorare con contratti a 30 ore per circa 4 mesi e poi buttarci fuori. Abbiamo chiesto di stabilizzare noi, in quanto si è creato un circolo vizioso, in cui vengono sfruttati stagionali, full time e part time”.
“Tutto è nato con i 180 esuberi – spiega Ballerani -. Nel periodo di marzo non ci sono commesse, in realtà è sempre stato così, ma ora la situazione si è acutizzata, un po’ per la crisi economica e un po’ per alcune scelte strategiche dell’azienda di produrre sempre più in vista dei mesi in cui si hanno maggiori richieste. La differenza rispetto a qualche anno fa sta nel fatto che prima avevamo due mesi durante i quali non si lavorava, ora invece siamo arrivati a quattro mesi, portando così ai 180 esuberi. E il sindacato chiede una soluzione all’interno della contrattazione nazionale per garantire la flessibilità”.
Ed ecco la vostra proposta di internalizzazione delle attività esterne. Usare i lavoratori interni per quei servizi, ma così si rischia di fare fuori i lavoratori delle cooperative?
“Praticamente si pone anche questo quesito – puntualizza Marco Bellarani -. Abbiamo chiesto di internalizzare i servizi della logistica nel periodo di curva bassa di produzione, perché in questo modo, utilizzando anche la flessibilità contrattuale e le ferie, i 180 esuberi diminuirebbero. Proposta che durante le assemblee è stata accolta con favore dai lavoratori, ma ovviamente è stato posto anche il problema degli esterni”.
Dei risultati comunque li avete ottenuti: cassa integrazione maggio e giugno per i full time, così come previsto dal contratto nazionale, e l’eliminazione della parola licenziamento per i 180 esuberi. E ora?
“Ora aspettiamo – dice Giuseppina Consoli -. I colleghi però sono stanchi, perché non si capiscono le intenzioni della multinazionale. Ci stanno portando allo sfinimento, cercando anche di metterci l’uno contro l’altro e ovviamente i primi ad essere oggetto di bersaglio siamo noi del sindacato. Quello che ci stupisce è che da una multinazionale come la Nestlè ci si aspetta delle proposte industriali che puntino ad investire e non alla precarizzazione totale del lavoro. Oltre al fatto che non sono in grado di gestire le ore lavorative”.
Si spieghi meglio.
“Essendoci vari reparti: biscotti, caramelle, cioccolata, ognuno è gestito in autonomia – spiega Consoli - e le difficoltà nascono anche da qui. Fino a circa 4 anni fa i nostri contratti potevano anche diventare part time, quindi c’era la possibilità di stabilizzare il nostro lavoro. Oggi, invece, non riusciamo neanche a vivere in maniera dignitosa, eppure prima lavoravi soltanto 5 mesi e con la disoccupazione riuscivi a mettere da parte 1.500 euro, ora nel conto trovi solo 50 euro”.
Per Giuseppina Consoli bisogna ripartire dal lavoro.
“Da una parte siamo considerati un punto di riferimento – conclude Consoli -, tanto bravi a lavorare in team, che quando il macchinario si inceppa siamo anche in grado di risolvere il problema evitando di chiamare il manutentore. Ma nonostante questo il nostro lavoro è stato messo in discussione durante la trattava sul secondo livello di contratto, durante la quale hanno ribadito che avendo 180 esuberi non possono provvedere anche a noi. Crediamo sia anche una provocazione per vedere fino a che punto reggiamo lo stress. La crisi indubbiamente ha portato ad una contrazione di consumi, quindi, ciò si traduce in meno richieste, ma per un’azienda come la Nestlè che ha possibilità di investire non si capisce perché non lo faccia. Dall’altro lato c’è anche il governo che non aiuta, dato che la sua linea di azione è sempre più indirizzata verso la precarizzazione del lavoro, la legittimazione delle grandi aziende e la delegittimazione del sindacato”.




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