di Giuliana Sgrena

Se hai fatto la guerra o l’hai subita non te ne liberi più, ti resta den­tro. Quante volte ho sen­tito citare la «guerra den­tro» par­lando diret­ta­mente con i vete­rani dell’Iraq negli Stati uniti.

Quel tor­mento che ti rode den­tro, anche quando eri con­vinto di andare a com­bat­tere per il tuo paese ma spesso non lo eri nem­meno. Gli orrori della guerra sono dif­fi­cili da imma­gi­nare senza averli vis­suti. Il segno resta. Lo indi­cano le sta­ti­sti­che dei disagi e delle malat­tie pro­vo­cate dai «disor­dini da stress post trau­ma­tico». Depres­sioni, per­dita di lavoro, rot­tura di rap­porti fami­liari, sui­cidi, omicidi.

«Non aveva dato segni di voler usare la vio­lenza con­tro se stesso o con­tro gli altri» Ivan Lopez, il sol­dato che ieri, 3 aprile, ha spa­rato e ucciso tre per­sone prima di sui­ci­darsi nella base di Fort Hood in Texas. Così ha rac­con­tato ai media e all’opinione pub­blica sta­tu­ni­tense il capo di stato mag­giore dell’esercito John McHugh.

Ma Ivan Lopez (ancora una volta un latino, che ine­vi­ta­bil­mente mi ricorda Mario Lozano), 34 anni, auti­sta di mezzi mili­tari, aveva pas­sato quat­tro mesi in Iraq nel 2011. Quat­tro mesi sono pochi ma pos­sono essere inter­mi­na­bili quando si vive come occu­pante in un paese che senti ostile men­tre devi essere pronto a ucci­dere – e troppo spesso accade – anche senza motivo, quasi sem­pre senza motivo. E da quando era tor­nato era sotto cura per depres­sione, ansia e altri problemi.

Lo Stress post trau­ma­tico pro­vo­cato dalla guerra in Iraq e da quella che con­ti­nua ogni giorno in Afgha­ni­stan è supe­riore a quello della «lon­tana» guerra in Viet­nam, le cui vit­time non sono mai riu­scite a supe­rarne gli effetti. Almeno 2,3 milioni di vete­rani delle ultime guerre sof­frono di stress e depres­sione, il 19 per cento dei quali con danni al cer­vello. Ma solo il 50 per cento dei malati viene curato e solo la metà in modo mini­ma­mente ade­guato (secondo uno stu­dio della Rand Corporation).

Non ci si può dun­que mera­vi­gliare di quanto suc­cede a Fort Hood, la base mili­tare ame­ri­cana più grande al mondo che può ospi­tare fino a 50.000 soldati.

E infatti non è la prima volta che assi­stiamo a un mas­sa­cro, tanto è vero che i mili­tari, a parte gli uffi­ciali, in giro per la base non dovreb­bero por­tare armi, ma Ivan Lopez aveva il suo fucile sotto la tuta mime­tica. La restri­zione sulle armi è stata appli­cata dopo la car­ne­fi­cina com­piuta nel 2009 da Nidal Malik Hasan, uno psi­chia­tra che aveva ucciso tre­dici per­sone, 12 sol­dati e un civile in attesa di essere visi­tati. Nel set­tem­bre dello scorso anno altre dodici per­sone sono state assas­si­nate da un ex mili­tare della marina all’interno del Washing­ton Navy Yark.

Non solo assas­sini ma anche sui­cidi, il cui numero — vale la pena sot­to­li­nearlo — supera quelli dei sol­dati caduti in guerra (circa 1 al giorno, secondo i dati regi­strati nei primi mesi del 2012). Un’impennata nei sui­cidi si è regi­strata nel 2005, quando si è inten­si­fi­cata la guerra in Iraq e in Afgha­ni­stan. È così vero che il Pen­ta­gono ha dovuto isti­tuire un Uffi­cio per la pre­ven­zione dai suicidi.

Recen­te­mente, durante una visita per veri­fi­care gli effetti dello stress post trau­ma­tico su di me, mi è stato chie­sto, per l’appunto, se avevo ten­ta­zioni sui­cide. La domanda mi ha sor­presa, ma a pen­sarci bene ne ho capito le ragioni.

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