Sulle politiche di genere un ritardo che non possiamo più tollerare
“Dobbiamo rendere più umani i tempi del lavoro, gli orari delle città, il ritmo della vita. Dobbiamo far entrare nella politica l'esperienza quotidiana della vita, le piccole cose dell'esistenza, costringendo tutti - uomini politici, ministri, economisti, amministratori locali - a far finalmente i conti con la vita concreta delle donne”.
Queste le parole di Nilde Iotti, prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei Deputati, nonché prima donna nella storia d'Italia a ricoprire una delle cinque più alte cariche dello Stato.
È di forte attualità il tema di una classe politica troppo lontana dalla quotidianità dei cittadini, una politica che sembra aver perso la capacità di leggere l’oggi per programmare il domani . Uno dei dati che può spiegarci questo sentimento popolare è senza ombra di dubbio il ruolo marginale che le donne hanno ricoperto nella storia a livello politico-istituzionale.
Sono mancate tutta una serie di caratteristiche tipiche del mondo femminile che sarebbero state preziosissime per rendere la politica e le istituzioni più alla portata della collettività. Il valore aggiunto di una donna, infatti, sta nella sua sensibilità, nella sua empatia, nella sua innata capacità organizzativa e di intrattenere rapporti interpersonali, nella sua capacità di essere multitasking.
Con l’ultimo secolo la condizione femminile ha avuto una evoluzione in crescita attraverso molte battaglie alcune vinte altre ancora in gioco.
Basti pensare che oggi abbiamo è il Parlamento più rosa della storia con oltre il 40% di donne, ma affinché non esista più una QUESTIONE FEMMINILE, non basta un cambiamento in termini numerici: servono riforme e un cambiamento della mentalità perché se da una parte si sente forte l’esigenza di intervenire dal punto di vista legislativo, dall’altra serve una vera e propria rivoluzione culturale.
Basta osservare diversi settori del nostro quotidiano per renderci conto di quanto la parità tra uomo e donna sia ancora lontana: troppo spesso si sente parlare di discriminazioni nel mondo del lavoro, di assenza femminile nelle sedi istituzionali e decisionali, escludendo così la rappresentanza di oltre il 50% della popolazione, di un welfare carente e servizi non appropriati, di una difficoltà delle donne a diventare protagoniste della vita politica del paese.
Lo scenario sociale in cui vivono le donne che lavorano evidenzia come le figure femminili che occupano ruoli dirigenziali siano nettamente minori rispetto ad altri Paesi. Non per carenza di volontà delle donne o di capacità, ma per l’impossibilità concrete di conciliare carriera e famiglia.
Le donne ancora oggi incontrano maggiori difficoltà degli uomini a trovare occupazione e a raggiungere ruoli di vertice, i salari sono mediamente pari ai 3/4 di un collega uomo e molte giovani donne riscontrano difficoltà enormi dopo la maternità, non riuscendo a conciliare lavoro e figli; a ciò si affianca spesso la mancanza di servizi adeguati a sostegno della famiglia.
Mancando un’ adeguata rappresentanza femminile nei luoghi istituzionali e decisionali, manca quella sensibilità per queste tematiche nel legislatore facilitando l’instaurarsi di un circolo vizioso che porta disagi e lo sfaldamento del tessuto sociale stesso.
Altro tema allarmante è quello della violenza di genere. Soprattutto in questi giorni in cui l’Umbria ha commemorato il primo anniversario della scomparsa di Margherita e Daniela, due impiegate della Regione Umbria uccise mentre con dedizione svolgevano il proprio lavoro, non possiamo e non dobbiamo chiudere gli occhi difronte a dati sempre più allarmanti.
Ogni giorno in Italia 95 donne denunciano di aver subito minacce, 19 percosse, 14 di essere vittima di stalking, 10 di violenza sessuale.
In linea con i dati nazionali, purtroppo anche in Umbria il problema della violenza nei confronti delle donne rappresenta un fenomeno di vaste dimensioni. Oltre 8.000 donne, dal 1989 in poi, vittime di violenza domestica, si sono rivolte al Servizio Telefono Donna, una violenza che non è solo fisica, ma anche psicologica, economica e sessuale. A questo c’è da aggiungere tutto il sommerso di coloro che per paura, pregiudizio o vergogna decidono di non denunciare.
Per contrastare questo fenomeno serve da una parte un lavoro di rieducazione ed educazione sia del mondo maschile, ma anche di quello femminile, a partire dalle scuole, e una campagna di comunicazione di genere e, dall’altra, un lavoro sinergico di tutti quei soggetti pubblici e privati utili ad attivare efficaci politiche di contrasto alla violenza. L’ apertura dei due centri antiviolenza di Perugia e Terni dimostra che se la rete regionale di contrasto al fenomeno funziona, e se le istituzioni svolgono il loro ruolo di connettore tra vari soggetti i risultati sono tangibili e molto positivi.
Alla comunità, ai cittadini e a noi spetta il ruolo fondamentale di governare i processi affinché essi cambino, perché l’8 marzo non è solo una ricorrenza simbolica, ma un punto fermo che vale 365 giorni l’anno: no agli stereotipi di genere, no alla violenza, no alle discriminazioni su base sessuale.
Per tutti noi, per i nostri figli, per i vicini di casa e per i passanti che si incontrano per strada, per Daniela e Margherita e per tutte le altre vittime che hanno pagato con la propria vita il ritardo della politica e delle istituzioni della messa in atto di azioni concrete sulle tematiche di genere.
UN RITARDO CHE NON POSSIAMO PIU' TOLLERARE!
di Tiziana Chiodi
(Responsabile Diritti e Pari Opportunità della Segreteria regionale del Partito Democratico dell'Umbria)




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