Sandro Medici

 

Si avvi­cen­dano i governi, si rin­no­vano le ammi­ni­stra­zioni, si scom­pon­gono e ricom­pon­gono mag­gio­ranze e oppo­si­zioni, ma sono sem­pre tutti lì ad agi­tarsi per l’esposizione debi­to­ria dei comuni ita­liani. Come di con­sueto, al cen­tro della que­relle si ritrova sem­pre e sol­tanto Roma, biso­gnosa di con­ti­nui rifor­ni­menti finan­ziari e di appo­siti decreti. Ma sono tan­tis­sime le città, grandi e pic­cole, che vivono ormai da anni una con­di­zione di bilan­cio dis­se­stata, le cui con­se­guenze si sca­ri­cano sulla vita quo­ti­diana di cit­ta­dini, sem­pre più disa­ge­vole e a volte per­fino rischiosa.

Non ci sono più le inse­gnanti di soste­gno per i bam­bini disa­bili, gli anziani fra­gili ven­gono lasciati al loro tri­ste destino, chiu­dono i cen­tri anti­vio­lenza, le case fami­glia e i luo­ghi d’accoglienza, il soste­gno all’affitto per le fami­glie in dif­fi­coltà è ormai in via d’estinzione, i pro­getti edu­ca­tivi e cul­tu­rali, i per­corsi d’integrazione sociale, l’assistenza alle fasce svan­tag­giate della popo­la­zione sono solo un ricordo. E ancora. Nes­suno più ese­gue lavori di manu­ten­zione nelle scuole e negli edi­fici pub­blici, strade e piazze sono lastri­cate di buche, i can­tieri per le opere pub­bli­che lan­guono per­ché i finan­zia­menti si esau­ri­scono, bus, metro­po­li­tane e fer­ro­vie locali arran­cano scric­chio­lanti e spesso si gua­stano, i tea­tri chiu­dono e i musei appassiscono.

È dav­vero sciocco entu­sia­smarsi per l’affossamento del decreto Sal­va­Roma: non solo per­ché non si con­si­de­rano le gra­vose rica­dute sociali su una città che è pur sem­pre la più popo­losa d’Italia, ma soprat­tutto per­ché non si coglie l’assoluta inso­ste­ni­bi­lità della con­di­zione debi­to­ria, del comune di Roma come di migliaia di altre ammi­ni­stra­zioni locali. Non si può con­ti­nuare a girarci attorno, rei­te­rando decreti o abban­do­nan­dosi a grot­te­schi ostru­zio­ni­smi rego­la­men­tari. Né appare digni­toso che una volta all’anno il sin­daco della capi­tale, oggi Marino, ieri Ale­manno, sia costretto a bus­sare alle porte del governo con il cap­pello in mano.

I vin­coli finan­ziari sugli enti locali che deri­vano dal patto di sta­bi­lità, a Genova come a Napoli, a Roma come dap­per­tutto, stanno stran­go­lando non i sin­daci o le giunte ma la con­di­zione mate­riale delle per­sone. E anche lad­dove arri­vino risorse aggiun­tive per com­pen­sare bilanci sem­pre più esan­gui, non è raro che tali risorse fini­scano diret­ta­mente negli isti­tuti ban­cari: per pagare non il debito ma di quel debito i soli inte­ressi. C’è da chie­dersi se le cose pos­sano pro­se­guire in tal modo. Se si debba assi­stere a que­sta ricor­rente man­frina che non risolve alcun­ché, e che invece cro­ni­cizza disagi e sof­fe­renze, per poi favo­rire la sola inter­me­dia­zione finan­zia­ria.
I Comuni andreb­bero sol­le­vati dai pro­pri debiti e rimessi final­mente in con­di­zione di eser­ci­tare la loro pri­ma­ria fun­zione, quella di ammi­ni­strare. E per­ché ciò suc­ceda è neces­sa­rio che i sin­daci si rifiu­tino di subire quest’umiliante subor­di­na­zione al ricatto finan­zia­rio. Dovreb­bero scar­di­nare le gab­bie in cui li hanno rin­chiusi e ribel­larsi. Lo fac­ciano: a piedi o in bici­cletta non fa differenza.

 

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