Di Umberto Marini

 

Ereditato il molto cospicuo “portafoglio” di voti raccolti da Bersani alle ultime elezioni che portò il segretario del Pd ad un passo da Palazzo Chigi, Il “gazzilloro” fiorentino ha ottenuto quanto sfuggito di mano a Bersani mettendo in pratica, con una mossa decisamente abietta e molto rischiosa per il suo futuro, una condotta morale assolutamente ignobile sul piano dello stile e dei rapporti umani nei confronti di Letta e per le implicazioni che  cadenzeranno l’andatura futura del suo partito.

Visti i quotidiani tradimenti e i “salti di quaglia” lautamente compensati che caratterizzano la nostra politica, quello di Renzi, alla fin fine, non scandalizza più di tanto. Quello che invece sorprende assai è che il neo Presidente del Consiglio, sin dalle sue prime uscite sulla scena politica, ha tolto dal suo vocabolario la parola “sinistra” che sembra non essere nelle sue corde. Un vocabolo che evidentemente non ama e che certamente non fa parte della sua storia e cultura politica, maturata tutta nelle sue assidue frequentazioni di ambienti del mondo cattolico e conservatore.

Alla “gauche” italiana, dopo questa ennesima disfatta, non rimane che leccarsi le ferite, prendersela nuovamente per l’occasione perduta solo con se stessa che con il suo caratteriale masochismo l’ha portata a ripetere errori macroscopici, ma soprattutto nella difficoltà di trovare fra i suoi uomini un valido centravanti di “sfondamento” capace di superare le difese avversarie, fare gol e vincere la partita. Fra rimpianti e sconfitte, la sinistra è ormai “out” non avendo  chances né immediate né future non disponendo sciaguratamente più di una valida compagine alle dipendenze di un esperto “allenatore” che abbia in mente strategie di sinistra, con la voglia di metterle in pratica.

Il Pd è un partito che purtroppo non guarda più al “sol dell’avvenir” per aver da tempo tralasciato e tradito l’impegno verso la salvaguardia dei diritti dei cittadini più deboli (soprattutto lavoratori e pensionati) e non ha saputo (o voluto) affrontare con coraggio e determinazione l’imborghesimento, l’imbarbarimento e l’impudenza della politica quando non assuefacendosi al cambiamento accettando compromessi, coinvolgimenti ed avventurosi “inciuci”. Così facendo ha perduto un poco alla volta la sua originaria nobiltà identificativa, conformandosi a situazioni ambigue, compromissorie e sputtananti originatesi in particolare da quando il Pd ha “imbarcato” nella sua squadra tantissimi ex di ogni specie, molti cani sciolti, vecchi arnesi della “politica politicante” e qualche avventuriero senza scrupoli. Da quel momento dagli uomini e dalle donne del Pd è scomparsa persino la parola “compagno” che pure aveva una sua radicalità etimologica nel senso di idealità, convivenza ed uguaglianza politico-sociale. Ora, in quegli stessi ambienti, n la parola “compagno” appare addirittura come una ingiuria.

Con la morte della sinistra l’Italia è innegabilmente sia nelle mani della destra che rappresenta il liberismo più becero ed intransigente, sia in quelle delle varie consorterie, sempre presenti nella politica italiana. Ed a nulla serve recriminare e sacramentare. E’ così, che piaccia o non piaccia. Una destra che comprende anche una gran parte degli sfasciatori  “pentastellati” di Grillo. Che quasi sempre si ripropone anche nelle sedi istituzionali con inquietanti atteggiamenti  antidemocratici che fanno riaffiorare un passato che ci eravamo illusi fosse morto, sepolto e dimenticato. Scoprirne la presenza, la vitalità e la pericolosità è stata una “tranvata” che ha colpito pesantemente chi ha ricordi e segni di altri brutti tempi e tristissimi eventi.

Anche nel nuovo esecutivo si parla poco di sinistra. Un po’ perché pochissimi della nuova compagine governativa hanno tradizione e cultura rappresentativa della sinistra e gli altri perché ignorano, anche per colpa di cattivi maestri che li hanno malamente acculturati, non li hanno sufficientemente edotti se non  volutamente trascurati sul  ricordare loro quanto quella sinistra è stata attivamente presente nelle vicissitudini politiche del nostro Paese. Non ultime quelle esaltanti che hanno contribuito a che l’Italia potesse riconquistare  la libertà e la democrazia di cui oggi godiamo.

Ed ora? L’incognita è grossa e pericolosa. Tuttavia “Non aspettiamo l’apocalisse” come titola il libro di padre Mariano Patriciello, il cui contenuto sembra essere un appello a tutti noi che francamente, dopo aver sopportato faticosamente il “berlusconismo”, non sentiamo la necessità di affidarci al “renzismo” che dei governi Berlusconi é copia fotostatica per demagogia, promesse disattese ed aspettative deluse. Quindi prepariamoci al peggio.

Il nuovo Presidente del Consiglio, molto prudentemente, per cautelarsi da un possibile flop dell’ambizioso programma che è nella sua agenda, ha già messo le mani avanti dichiarando “se il mio progetto dovesse fallire, la colpa dovrà ricadere unicamente su di me”. Nella sua dichiarazione non ha precisato tuttavia che l’eventuale suo fallimento, oltre alla sua persona, coinvolgerebbe pesantemente sessantamilioni di Italiani con l’intero Paese che andrebbe definitivamente a fondo. E questa volta in maniera irreparabile.

 

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