di Matteo Miavaldi da Il Manifesto

 

Il nuovo corso della diplo­ma­zia ita­liana nel caso marò segna il livello di fru­stra­zione e urgenza di chiu­dere la par­tita rag­giunto da Roma.
La ricerca di alleati di peso a livello inter­na­zio­nale, con le pres­sioni sem­pre più strin­genti ope­rate in seno all’Unione euro­pea e alla Nato, deli­neano un bru­sco cam­bio di stra­te­gia votata all’attacco, in con­tra­sto col dia­logo e la ricerca di col­la­bo­ra­zione su cui l’inviato spe­ciale del governo Staf­fan De Mistura aveva insi­stito sin dall’inizio del caso.

Tra Delhi e Roma, lungo un sen­tiero lastri­cato di tanti osta­coli buro­cra­tici e grat­ta­capi legali, qual­cosa si è irri­me­dia­bil­mente rotto. Gli appelli di De Mistura per un pro­cesso «veloce ed equo» da cele­brarsi in ter­ri­to­rio indiano hanno lasciato il posto a uno scon­tro fron­tale duro, una prova di forza alla quale l’Italia ha deciso di sot­to­porsi davanti alla comu­nità inter­na­zio­nale.
La via della diplo­ma­zia soft nei modi ma decisa nei con­te­nuti intra­presa all’epoca del governo Monti, alle prese con una super­po­tenza in dive­nire come l’India poteva dare buoni frutti, da cogliere a tempo debito garan­tendo nel con­tempo a Latorre e Girone un sog­giorno for­zato asso­lu­ta­mente dignitoso.

Due licenze di tor­nare in patria con­cesse a due pre­sunti omi­cidi e aver evi­tato il car­cere tra­di­zio­nale ai fuci­lieri sono, a poste­riori, risul­tati impor­tanti con­se­guiti con la forza della diplo­ma­zia; ele­menti che lascia­vano spe­rare in una riso­lu­zione del caso in sor­dina, lon­tano dalla zona rossa delle ele­zioni nazio­nali e dalle ine­vi­ta­bili influenze poli­ti­che.
Lo spar­tiac­que è datato 11 marzo 2013, quando con un comu­ni­cato dalla Far­ne­sina Giu­lio Terzi di Sant’Agata si rifiu­tava di man­te­nere i patti sti­pu­lati con la Corte suprema indiana, annun­ciando che Latorre e Girone non avreb­bero fatto ritorno in India. La stampa locale, all’epoca, evi­den­ziò come un affronto simile al mas­simo organo giu­ri­dico indiano fosse un ine­dito nella sto­ria della Repub­blica: nem­meno l’acerrimo nemico Paki­stan era mai arri­vato a tanto.

Le dimis­sioni piro­tec­ni­che di Terzi e il ritorno a Delhi dei marò non ripa­ra­rono all’onta subita, inau­gu­rando una sta­gione dell’intransigenza in grado di vani­fi­care quasi total­mente il lavoro di mesi, la ricerca di un alleato all’interno dell’esecutivo indiano – tro­vato nel mini­stro degli Esteri Sal­man Khur­shid – che potesse faci­li­tare il dia­logo tra le parti. La rea­zione a quell’episodio fu dirom­pente e scom­po­sta, col nostro amba­scia­tore blin­dato all’interno dei con­fini indiani, la clas­sica rispo­sta di Delhi quando si sente chiusa nell’angolo. Se ne sono accorti anche gli ame­ri­cani nel caso Kho­bra­gade, quando all’arresto di un diplo­ma­tico indiano a New York partì la rap­pre­sa­glia sulle sedi diplo­ma­ti­che ame­ri­cane in India.

Oggi come allora, fare la voce grossa con­tro l’irascibile India senza avere il soste­gno di Usa e Onu (che Delhi rispetta e un po’ teme) potrebbe solo allon­ta­nare la fine della dia­triba, scon­tran­dosi con un colosso in dispe­rata ricerca di rispetto internazionale.

Condividi