di Daniela Preziosi da il Manifesto

 

La riforma del senato e la riforma del Titolo V della Costi­tu­zione, i temi della dire­zione del Pd di ieri, fini­scono pre­sto in secondo piano: la prima rac­co­glie più dubbi che entu­sia­smi, per­sino il vel­tro­niano Gior­gio Tonini, inso­spet­ta­bile di osti­lità verso il segre­ta­rio, ammette un «dis­senso tem­pe­rato», che Renzi inter­preta per quello che è, «un dis­senso radi­cale» detto con un «eccesso di democristianizzazione».

Subito la dire­zione si tra­sforma in quello che il lea­der voleva evi­tare, e cioè lo scon­tro sul rap­porto governo-Pd. Tema cru­ciale, a rischio di sca­te­nare una sla­vina a Palazzo Chigi, in que­sti giorni obiet­tivo di attac­chi con­ver­genti, dalla Con­fin­du­stria in già. Ma ine­lu­di­bile. Per que­sto Enrico Letta, rom­pendo le con­sue­tu­dini, va al Naza­reno come la mon­ta­gna di Mao­metto. E mette le carte in tavola: «Per il governo gal­leg­giare non è pos­si­bile, così i pro­blemi non si risol­vono». Lui ci sta a fare la sua parte. «La mia dispo­ni­bi­lità a lavo­rare per­ché la comu­nità vinca, in squa­dra è totale». Ma quale parte gli ha asse­gnato Renzi?
Il guaio, il «non detto» secondo Mat­teo Orfini, è infatti che Renzi non il gioco di squa­dra non lo fa: lo ha dimo­strato impo­nendo alle camere la ’sua’ agenda di governo (riforma elet­to­rale, riforme, poi sarà jobs act) e igno­rando pla­teal­mente l’«impegno 2014» che all’inizio dell’anno Letta aveva pre­sen­tato con squilli di tromba come la nuova ripar­tenza (la terza dall’inizio della legi­sla­tura, solo 10 mesi fa).

Fin qui Renzi si è difeso giu­rando lealtà al governo; ma tiran­do­gli addosso cri­ti­che mor­tali («Sono stati 10 mesi di fal­li­menti», ha detto alla prima dire­zione). Ma il governo non può andare avanti così, ovvero non può stare fermo di qui al 2015. Da due giorni la stampa arzi­go­gola sulla dispo­ni­bi­lità del sin­daco di Firenze a sosti­tuire in corsa Letta a Palazzo. Anche gli alleati di governo chie­dono di strin­gere i tempi della veri­fica, e del rim­pa­sto. Che però Renzi non vuole sen­tire pro­nun­ciare. Soprat­tutto non vuole par­te­ci­parvi, rove­sciando su Letta tutta la respon­sa­bi­lità delle scelte. Di tanta lealtà ren­ziana il governo rischia di implodere.

In dire­zione l’opposizione parla con le sue diverse voci. Ste­fano Fassina:«Chiedo sia a Renzi che a Letta: discu­tiamo delle revi­sioni pro­gram­ma­ti­che da fare. Se non si trova un’intesa assu­mia­moci la respon­sa­bi­lità di dire che in que­sto par­la­mento non ci sono le con­di­zioni per un governo effi­cace, non fac­cia­moci logo­rare tutti e sce­gliamo la strada elet­to­rale». Gianni Cuperlo: «Il rap­porto tra Pd e governo non riguarda solo noi ma sem­pre di più la tenuta del paese. Reg­giamo così? Abbiamo due strade, forse più di due: o una vera ripar­tenza del governo. Letta vuole fare que­sto sforzo, è in grado di farlo? Altri­menti si discuta, c’è chi ha par­lato di andare a votare o c’è un’altra ipo­tesi di cui par­lano tutti, il Renzi I. Renzi assuma un’iniziativa chiara».

La «staf­fetta», altra parola parola pri­mo­re­pub­bli­cana che fa venire le bolle a Renzi, una pol­petta avve­le­nata che lo costrin­ge­rebbe nei panni del non amato D’Alema ’98, che andò al governo senza pas­sare per le urne. «Le ele­zioni non sono un’opzione», insi­ste Orfini, «per­ché nasce­reb­bero dal nostro fal­li­mento: pos­siamo avere anche Mara­dona, ma se fal­li­sci, perdi. Pren­dia­moci il tempo che serve per fare una discus­sione per far ripar­tire dav­vero il governo. Senza ambi­guità, gio­chi o tat­tica». E non è solo l’opposizione a invi­tarlo a sce­gliere. Gof­fredo Bet­tini, alla sua ren­trée in dire­zione dopo gli anni di Vel­troni, lo esorta a non con­su­mare «la ria­per­tura di dia­logo» con i cit­ta­dini. A non lasciare il paese lan­guire con un governo «inna­tu­rale e poco rap­pre­sen­tan­tivo», «il mode­ra­ti­smo in certe occa­sioni è il mas­simo dell’avventurismo».

Renzi capi­sce l’antifona, e sta­volta sor­ve­glia con atten­zione le con­clu­sioni («Guida piano» gli ha detto il por­ta­voce della segre­te­ria Lorenzo Gue­rini, per evi­tar­gli qual­che parola di troppo). E le con­clu­sioni sono: «La rico­stru­zione che il pro­blema del governo sia la man­canza di serietà del Pd è inac­cet­ta­bile. Serve chia­rezza da parte del governo». Lui allo «schema di Letta» si era atte­nuto, fin qui. «Vogliamo cam­biare schema? Dispo­ni­bi­lità totale. Se vogliamo gio­care un altro schema, con­fer­mare quello attuale o dire che si va alle ele­zioni, pos­siamo dedi­care la dire­zione del 20 feb­braio». Ma per quella data deve arri­vare il primo sì alla legge elet­to­rale, il test che Renzi si aspetta dai suoi e dal par­la­mento. Chi ral­len­terà — nell’ottica ren­ziana la discus­sione e gli emen­da­menti sono solo ral­len­ta­menti — si assu­merà la respon­sa­bi­lità di gelare «l’unica spe­ranza del Pd e del paese». Cioè il pac­chetto di riforme con cui voleva cor­rere verso le ammi­ni­stra­tive e le euro­pee per la prima prova del nove della sua segre­te­ria. Il suo sì al con­fronto è una sfida: per il 20 la discus­sione sarà «franca e trasparente».

 

© Foto Eidon

 

 

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