di Norma Rangeri

La resa dei conti tra il segre­ta­rio del Pd e il pre­si­dente del con­si­glio è solo rin­viata alla pros­sima dire­zione sulle sorti del governo. Capi­remo qual­cosa di più già la pros­sima set­ti­mana quando la (pes­sima) riforma elet­to­rale (quella del senato è anche peg­giore) andrà alla Camera. Ma in que­sta fredda guerra di potere, tra Enrico Letta e Mat­teo Renzi, che somi­glia molto alle con­tese tra par­tito e governo dei tempi demo­cri­stiani, alla fine quel che non si vede è quali sareb­bero le diver­sità poli­ti­che, di con­te­nuto, tra i duellanti.

Negli anni di Vel­troni e D’Alema in quel dua­li­smo c’era almeno una lon­tana eco di un pen­siero poli­tico, di una visione stra­te­gica sul modello di par­tito e di paese. Se oggi doves­simo indi­care tre dif­fe­renze tra Letta e Renzi beato chi le trova. Sul campo resta invece l’incognita del terzo tipo. Come può un governo di pic­cole intese con­durre in porto le riforme isti­tu­zio­nali e le con­tro­mi­sure sociali capaci di far uscire il paese dalla dop­pia crisi, poli­tica e eco­no­mica. Come è pos­si­bile che un governo di emer­genza (così è nato il mini­stero di Enrico Letta), possa svol­gere un com­pito stra­te­gico, ridi­se­gnando l’architettura costi­tu­zio­nale e l’assetto indu­striale dell’Italia.

In que­sta con­trad­di­zione potrebbe alla fine per­dersi ed esplo­dere il Pd, come è emerso nella dire­zione di ieri anche se segre­ta­rio e pre­si­dente del con­si­glio hanno giu­rato di pro­ce­dere verso lo stesso obiet­tivo. Per­ché il con­tra­sto tra Renzi e Letta, con l’idea di un cam­bio della guar­dia a palazzo Chigi, è ormai un vento che sof­fia forte. E’ un feno­meno media­tico stra­ri­pante, un’ipotesi strom­baz­zata ogni giorno dal capo di Con­fin­du­stria che minac­cia di sca­val­care il pre­si­dente del con­si­glio per rivol­gersi diret­ta­mente al capo dello stato. E’ una solu­zione sus­sur­rata a gran voce sui gior­nali, nelle anti­ca­mere, nelle riu­nioni di cor­rente. Fino a far sci­vo­lare nella trap­pola lin­gui­stica un diri­gente del Pd secondo il quale met­tere domani Renzi al posto di Letta «non sarebbe uno scan­dalo», clas­sica excu­sa­tio non petita visto che nes­suno parla di scan­dalo e, anzi, tutti spin­gono per Renzi pre­mier con i gior­nali ber­lu­sco­niani che sti­lano la lista degli impren­di­tori “ren­ziani” (pra­ti­ca­mente tutti), pronti a soste­nere un nuovo governo gui­dato dal sin­daco di Firenze.

Natu­ral­mente la trap­pola di far repli­care a Renzi l’autolesionismo che il par­tito spe­ri­mentò nel ’98, con la crisi del governo Prodi e l’ingresso di Mas­simo D’Alema a palazzo Chigi senza pas­sare per il voto, sem­bra troppo sco­perta per scat­tare vera­mente. Pen­sare che Renzi possa ritro­varsi con Alfano non sem­bra rea­li­stico. Più vero­si­mile, allora, sarebbe un ritorno alla casella ini­ziale, quando, dopo le ele­zioni poli­ti­che del 2013, l’allora segre­ta­rio del Pd andò a sbat­tere pro­prio con­tro le resi­stenze che gli impe­di­rono di costruire un governo di cen­tro­si­ni­stra con il par­tito di Ven­dola e il gruppo dei cen­tri­sti. Sarebbe, per Ber­sani, un’amara soddisfazione.

Una parte del Pd, con Cuperlo e altri, ieri ha chie­sto un nuovo governo (senza tut­ta­via spie­gare con chi). Diver­sa­mente l’invito espli­cito al segre­ta­rio è di assu­mersi la respon­sa­bi­lità di una pro­po­sta alter­na­tiva. E la meno cre­di­bile (ele­zioni anti­ci­pate) sem­bra la più probabile.

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