Dopo lo “strappo” di Gianni Cuperlo, che si è dimesso da presidente del partito, il clima dentro il Pd si fa sempre più incandescente, con la minoranza interna che, benché divisa, non intende arrendersi tanto facilmente. E dopo giorni di silenzio (e una puntata a Parma a fare due chiacchiere con Pierluigi Bersani ancora ricoverato in ospedale) si fa avanti Massimo D’Alema, che lancia la sua sfida al segretario: «Le riforme istituzionali sono necessarie per il nostro Paese, certamente bisogna farle bene», ma «il Parlamento discuterà e approfondirà e correggerà il testo secondo le regole democratiche normali». 

Vale la pena sottolineare quel «correggerà», proprio ciò che Renzi non vuole quando dice che il “pacchetto” dell’accordo fatto con Berlusconi va preso così com’è o non se ne fa nulla. Ben sapendo che in parlamento il sindaco di Firenze controlla solo una minoranza dei gruppi parlamentari. Come gli ricorda senza tanti giri di parole Rosy Bindi: in Commissione affari costituzionali «abbiamo la maggioranza, insieme agli altri partiti». L’ex presidente del Pd è tra quelli che ritengono che ci siano punti su cui la riforma deve cambiare, «e se presenteremo degli emendamenti, il segretario li deve accettare», mette in guardia Bindi. 

Proprio in commissione affari costituzionali, prima tappa dell’iter parlamentare della proposta di legge, i renziani sono in minoranza: su 21 membri democratici, solo 9 hanno votato il sindaco di Firenze, mentre gli altri 12 si sono schierati con Cuperlo o non si sono espressi. E tra loro ci sono esponenti di spicco dell’opposizione interna, da Cuperlo a Bindi, da Bersani (appena dimesso dall’ospedale, si vedrà quando potrà tornare) al bersaniano D’Attorre. 

C’è tempo fino a venerdì per presentare gli emendamenti e lo stesso D’Attorre ne ha già annunciato uno per eliminare le liste bloccate. E pazienza se Renzi si affanna a dire che «nel Pd si fa quello che ha deciso la Direzione». «Se mezzo gruppo parlamentare dovesse firmare emendamenti per cambiare alcuni punti del testo - insiste Bindi - dovrebbe essere il segretario a prenderne atto e ad accettarli. Io non voglio spaccare il partito, ma nemmeno lui lo deve fare». 

Dunque, ora la battaglia interna si sposta nelle aule parlamentari. Non per nulla ieri sera, in una riunione dei sostenitori di Cuperlo, vari interventi hanno difeso l’autonomia dei gruppi parlamentari dal voto della Direzione. Una posizione non condivisa dai cosiddetti Giovani Turchi, un tempo bersaniani ora passati quasi in blocco con Renzi: «Presentare emendamenti di corrente dopo il voto della Direzione di lunedì significa fare un altro partito - attacca Matteo Orfini - O cambia la linea del Pd, o io emendamenti di corrente sulle preferenze non li voto».  Ma la prima vera grana non arriva dal Pd bensì dalla Lega Nord. Nella medesima commissione Affari costituzionali, dove è iniziato l'iter dell'"Italicum", c'è un primo rinvio propro a causa del Carroccio che ha alzato le barricate contro la proposta di Renzi, che mette fuori dal aprlamento tutti quelli che non raggiungono la sogliad el 5%. Così la seduta della Commissione è slittata di almeno un’ora per permettere agli assistenti del relatore Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) di mettere appunto una «norma salva-Lega» (nel vecchio porcellum ai partiti "territoriali" era concessa una scappatoia: bastava raggiungere il 10 per cento in almeno tre regioni...).

Ed è chiaro che se si fanno modifiche per accontentare la Lega, l'avvertimento di Renzi rivolto al suo partito per cui l'accordo con Berlusconi non si cambia o salta tutto va a fari benedire. Una simile "clausola di salvaguardia" infatti premierebbe il Carroccio ma non altri partiti minori non concetrati a livello regionale. Non per nulla già da Fratelli d'Italia si fa sapere che se «clausole di 'salvaguardia' vengono previste per alcuni, non vediamo perchè non valgano per tutti».

Non bastasse, a guastare la festa a Renzi ci si è messa pure Forza Italia, in «perfetta sintonia» con Massimo D'Alema: per il presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera Sisto (di Forza Italia) «l’impianto è quello dell’asse Renzi-Berlusconi. Ma non è un prendere o lasciare». 

Emendamenti a parte, resta il problema dei numeri anche in Aula, visto che anche Nichi Vendola rompe gli indugi e annuncia il “no” di Sel alla proposta del sindaco: «Se arriva in Parlamento così com’è, noi di Sel voteremo contro l’Italicum. Siamo di fronte - aggiunge - a un atteggiamento inaccettabile, quello del prendere o lasciare, sulla proposta della riforma del sistema elettorale». Anche Beppe Grillo non sta a guardare e lancia una consultazione online tra gli iscritti al Movimento 5 Stelle per scegliere quale sistema elettorale adottare, sebbene la posizione dei Cinque stelle sulla legge elettorale resta quantomai fumosa.

Condividi