A Roma e in altre città italiane è stato proiettato un documentario, che il British Museum ha realizzato sulla mostra che si è tenuta a Londra, proprio al British, su Pompei.

Molte le persone che son andate a vederlo e lo hanno giudicato interessante e bello, poi la voce si è sparsa e allora i cinema si sono affollati. I giornali hanno evidenziato questa novità, cioè che la gente andava a vedere un documentario di arte che incassava come un film (150mila euro con 15mila spettatori) e che addirittura, per incassi, ne superava molti. Altri spettatori si sono aggiunti e gli esercenti dei cinema hanno addirittura prolungato la programmazione con proiezioni persino a mezzogiorno. Così questo documentario su Pompei si è trasformato in un fatto mediatico. Questo lavoro è sicuramente ben fatto, ma non è qualcosa di eccezionale; la nostra televisione ne ha fatti molti simili. Allora viene da chiedersi perché questo documentario ha riscosso tanto successo e quelli nostri no? La risposta, forse anche troppo evidente, è che noi in alcune cose siamo deficitari, come ad esempio il marketing culturale.

Gli inglesi, per promuovere la loro mostra su Pompei, hanno usato molti strumenti, tra i quali il documentario al cinema. Lo hanno fatto con forza e convinzione perché credono nell’importanza della cultura, cosa che noi non facciamo. E visto che l’Italia si riempie da sempre la bocca di quanto sia un Paese ricco di beni culturali, artistici ed ambientali ora, anche dalle nostre parti, qualcosa si sta muovendo, ma fino a quando non crederemo veramente che la cultura è la ricchezza di un popolo dovremo sempre aspettare che siano gli altri a raccontare di noi, pur possedendo l’originale  

 

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