di Luca Canali  

Aspetto significativo della politica estera augustea fu la riorganizzazione dei rapporti con le provinciae: la burocrazia imperiale e i governatori stipendiati, in luogo delle rapaci consorterie di publicani e dei proconsoli taglieggiatori, alleggerirono il peso della dominazione romana; inoltre alcuni illustri rappresentanti dei ceti dirigenti provinciali, ammessi al diritto di cittadinanza e talvolta persino alla dignità senatoria, andavano trasformandosi in avamposti dell’influenza romana in terra straniera. Di tali rapporti nelle Res gestae non è espressa una casistica, ma rigidamente enunciato il criterio informatore, coerente all’orgoglio paternalistico dell’imperator, in consonanza con il virgiliano parcere victis et debellare superbos: “vittorioso risparmia tutti i cittadini che chiedevano grazia”, e “preferii preservare anziché distruggere i popoli stranieri ai quali si poté perdonare senza pericolo”.

   Il cittadino ostile che otteneva il perdono poteva così entrare nella società degli augustei; il popolo straniero che non suscitasse sospetti di aggressione o di rivolta entrava nella compagine dello Stato dominatore, disposto ad assimilare le nuove componenti e anche in parte a farsene condizionare, soprattutto nella sfera culturale, in una sorta di sincretismo che gli permettesse di assolvere al vagheggiato proposito di fondare il "secolo d'oro" sulla terra.  

   Ma quel secolo, nato dal sangue delle guerre civili, aveva come garanti, oltre il diritto e la lingua di Roma, le legiones e gli auxilia, la forza dei cittadini e dei provinciali alleati in armi. E sarebbero state proprio le armi a imprimere nuovi sussulti a quella equilibrata direzione politica e, in definitiva, a risolvere drasticamente, con le coorti pretorie o con le legioni, i problemi di trasformazione che quella forma di potere sembrava aver provvidenzialmente cristallizzato.

   La perentorietà oracolare delle Res gestae è quella dell'intransigente tutore dello Stato aristocratico-borghese riformato dal consapevole iniziatore di una dinastia. Esempi tipici due brani: il primo sulla disfatta della flotta corsara di Sesto Pompeo, registra che gli schiavi fuggiaschi, i quali in essa avevano trovato rifugio, sono restituiti ai padroni perché ne traggano la pena dovuta (Augusto "dimentica" di annotare che egli stesso ne aveva fatti prima crocifiggere seimila); nel secondo , il cursus honorum appare violato dal privilegio concesso a Gaio e Lucio Cesari, adottati come figli da Augusto: per essi "il senato e il popolo romano" decisero la designazione a consoli in età di quindici anni, perché entrassero poi in carica a venti. Anche Augusto era stato console a venti anni, ma era stata investitura straordinaria, di un uomo della rivoluzione che sembrava schierarsi con il senato contro il cesariano Antonio: ora, invece, v'era un clima di pace e legittimità e i due "Principi della gioventù", i rampolli della famiglia imperiale che venivano designati al consolato con cinque anni di anticipo, erano una prova vivente delle intenzioni dinastiche di Augusto. L'adorazione di Tiberio avrebbe confermato ulteriormente il proposito.

   La rivoluzione borghese-militare è compiuta, la repubblica è restaurata, ma i repubblicani della res publica tradizionale, della aristocrazia senatoria più intransigente, sono disfatti. La proposizione più aspra delle Res gestae è quella che riferisce la eliminazione dei cesaricidi, neanche degnati della menzione del nome: "cacciati in esilio gli assassini di mio padre, punendo il loro crimine con sentenze legittime e, in seguito, portando essi guerra alla repubblica, li sconfissi due volte in campo".

   Sotto la virtus, la clementia, la pietas, resisteva la vis del pacificatore rivoluzionario, restauratore di un ordine antico inesistente e così denominato per designare una nuova e ambigua forma di potere, estranea alla conservazione arrogante e alla cieca demagogia.

   La cosa più autoritaria delle Res gestae è il loro stile, atticista e lapidario, ovviamente, ma soprattutto strumento di asseverazione e di sintesi, al cui interno le antinomie fattuali si presentano già immemorabilmente compenetrate fra di loro, fissate in un affresco senza gradazioni prospettiche temporali, risolte nella realtà vincente.

   Interrogarsi sulla attendibilità delle Res gestae è doveroso: ma solo dopo aver preso atto del carattere tendenzioso di ogni storia, anche di quella che ponga a sua base i documenti: anche i documenti sono tendenziosi, in quanto registrazione meccanica di una realtà che, prima di essere accolta negli archivi, meccanica non è mai stata, presupponendo essa forze soggettive al suo interno. Naturalmente è necessario misurare il grado e il significato di questa tendenziosità e studiarne l'eventuale metastasi in mendacio, cioè in consapevole deformazione, in tradimento non tanto morale quanto intellettuale della funzione di storico: sebbene anche in questo caso essa abbia un valore che deve essere meditato, nell'intenzione che nasconde.

   Attenendosi a questa unità di misura, le Res gestae devono essere considerate un documento attendibile e il loro valore è di grande portata storica, non solo per quanto affermano, ma anche per quanto tacciono: la menzogna resta in esse sulla soglia del silenzio. I fatti più importanti ignorati sono le proscrizioni, il carattere dell'imperium di Augusto sulle provinciae (Cassio Dione semplifica tutto, a questo proposito, parlando dell'assunzione di un "comando proconsolare perpetuo") e il disastro di Teutoburgo. Non sembra esserci menzogna attiva nelle Res gestae; in esse v'è l'atto solenne, trionfalmente e sinistramente atteggiato, da chi sa che la matrice della propria potenza è nell'atrocità delle guerre civili e nel colpo di Stato che vi ha posto fine, e il punto di arrivo in una pace bramata ma ferrea, con tutte le sue prescrizioni e proibizioni; ma v'è anche la consapevolezza di avere bene interpretato la "commedia della vita" e di aver creato dal caos un ordine non esaltante ma duraturo e possente. Lo stesso cristianesimo dopo tre secoli avrebbe finito per inserirsi in questo quadro, senza trasformarlo nei suoi connotati di Stato classista e schiavista.

   Le qualità di Augusto sono la coerenza, la sistematicità, la chiarezza intellettuale: di tali doti le Res gestae sono la proiezione politica, nella loro funzione di orientamento per i successori, nel passaggio da un'era all'altra della storia dell'occidente romanizzato.

   Ciò che le Res gestae non poterono affermare, perché in effetti non vi fu, è la vittoria ideale del principato. L'ideologia dello stoicismo passò all'oligarchia senatoria come arma nella lotta contro gli imperatori: il mos maiorum, fondato su una rude purezza, fu calpestato nell'ambito della stessa famiglia augustea, né poté divenire il "costume" di ceti ricchi in cerca di raffinatezze e di sensazioni; il "secolo d'oro" fu problematicamente cantato da Virgilio e da Orazio, ma gli elegiaci Tibullo e Properzio e il versatile Ovidio erano già fuori della severa concezione augustea della vita; ben presto, salvo rare eccezioni, la letteratura sarebbe stata all'opposizione, da Seneca e Lucano, a Petronio e Tacito. L'unica grande sconfitta di Augusto fu il fallimento di un'auspicata leadership ideale e morale della monarchia da lui instaurata. 

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