Usciamo dall'angolo
Il peso politico e il ruolo sociale dei lavoratori subordinati sono caduti in modo impressionante. Eppure la fine del lavoro non c’è, ma le meraviglie della tecnologia moderna sono usate per rendere più obbligata la prestazione di lavoro. La frantumazione del mondo del lavoro, le divisioni tra i sindacati, il distacco delle sinistre dai lavoratori subordinati, la pressione tutta sul lavoro per recuperare competitività, le politiche che hanno provocato una dilagante precarietà, hanno stravolto la condizione dei lavoratori. Una visione unitaria del mondo del lavoro subordinato oggi è smarrita, eppure la sua unificazione è indispensabile per ridargli ruolo nell’economia e nella politica.
Nel frattempo, cresce la pressione per isolare la contrattazione nelle aziende, abbandonando i lavoratori che ne sono fuori, schiacciando la condizione di lavoro sulle scelte dell’impresa e quindi allentando la solidarietà tra i lavoratori subordinati.
Il mondo del lavoro subordinato è stato portatore di istanze di solidarietà e di uguaglianza, nel quadro di un rinnovamento profondo dell’economia e della politica. L’uguaglianza è un tratto distintivo del movimento dei lavoratori, è qualcosa di più dell’uguaglianza delle opportunità, perché ha l’ambizione di rovesciare i rapporti di forza che vedono le classi dominanti saldamente al comando.
Oggi nell’economia ha acquisito un peso enorme la finanza, che è 12 volte il Pil mondiale e ha cambiato la qualità del capitalismo. Oltre il 90 per cento dei movimenti finanziari è slegato da qualunque attività economica materiale o immateriale. Una massa di denaro che si sposta con la rapidità e la forza di uno tsunami e condiziona imprese e governi. Eppure quasi nulla è stato fatto per ricondurre la finanza entro limiti governabili. Le enormi risorse impiegate per salvare il sistema finanziario hanno spinto i governi a tagliare Stato sociale e investimenti, che sono le vittime degli squilibri. Tutto questo mentre la divaricazione tra i redditi è cresciuta a dismisura, prima il divario era di decine di volte, oggi di centinaia.
In 20 anni la quota di reddito nazionale che va al lavoro è sceso nei paesi Ocse dal 68 al 58 per cento, in Italia al 53 per cento, con un divario di 15 punti, più di 200 miliardi di euro. In questo contesto, il carattere subordinato del lavoro non è diminuito. Le figure operaie tradizionali si sono ridotte, ma nei nuovi settori ci sono figure assimilabili. È cresciuto il numero degli impiegati e dei quadri, ma la subordinazione resta il carattere dominante anche per tante figure non operaie. È cresciuta l’area del lavoro informale, oltre 4 milioni di persone, che viene spacciato per nuovo lavoro autonomo, ma non basta una definizione giuridica per togliere la subordinazione dalla prestazione.
L’area crescente del lavoro informale è il prodotto di una flessibilità dilagante, che ha contribuito a estendere la precarietà, che è ragione della caduta della produttività, insieme a ricerca, innovazione e infrastrutture inadeguate. Al successo dei lavori atipici hanno contribuito fattori ideologici, utilizzando prima la falsa tesi che la flessibilità aumentava la libertà, poi la contrapposizione tra padri e figli, che ha avuto conseguenze devastanti per gli uni senza benefici per gli altri. Non solo. La crisi impone processi di proletarizzazione, mentre i lavoratori poveri sono il 15 per cento delle figure operaie. Come se ciò non bastasse, la disoccupazione giovanile è arrivata a livelli mai visti, il 40 per cento. Scuola e lavoro sono mondi non comunicanti, ma soprattutto l’organizzazione del lavoro privata e pubblica non offre sbocchi adeguati.
A rendere le cose ancora più complicate contribuisce il fatto che nei luoghi di lavoro, dopo fordismo e toyotismo, oggi domina l’accentramento delle decisioni e la pretesa di obbedienza. Stiamo precipitando nel dominio unilaterale delle gerarchie aziendali. Per fortuna, la Costituzione ha consentito di imporre alla Fiat di riassumere a Pomigliano d’Arco i delegati e alla Fiom di indicare i propri rappresentanti. Alle decisioni unilaterali si deve contrapporre la democratizzazione effettiva delle relazioni sindacali. Per tornare alla necessità di una riunificazione del mondo del lavoro, va detto che occorre innanzitutto una moderna legislazione per garantire informazione e partecipazione dei lavoratori nel processo decisionale.
La lista dei colpi subiti è lunga. L’attacco all’articolo 18 dello Statuto ha ottenuto un risultato. Oggi il reintegro nel posto di lavoro non è certo, nemmeno quando l’impresa è in mala fede. Il governo Berlusconi ha indebolito i diritti dei lavoratori e fomentato divisioni sindacali, facendo approvare quell’articolo 8 che consente agli accordi aziendali di derogare dai contratti nazionali e dalle leggi. Per risalire la china è necessario risolvere la questione della rappresentanza e della rappresentatività sindacale. L’accordo raggiunto tra confederazioni e Confindustria è positivo, anche se per i contratti nazionali è necessario procedere in coerenza con l’accordo interconfederale. Per consolidare questo risultato, sottraendolo ai rapporti di forza, è necessaria l’approvazione di una legge in materia.
Ma la riunificazione del mondo del lavoro subordinato richiede anche la convergenza di diversi fattori soggettivi. La consapevolezza dei lavoratori, l’unità dei maggiori sindacati, un impegno dei partiti a sostegno delle esigenze del lavoro subordinato. La mortificazione della condizione di lavoro, la scarsa efficacia degli strumenti tradizionali di lotta, come lo sciopero in una fase di crisi, una scala sociale capovolta, la difficoltà di una risposta collettiva, sono tutti elementi che portano i lavoratori a contare molto meno di quanto dovrebbero. Per questo ritengo sia giunto il momento di tentare la ricostruzione di un’appartenenza. Recedere da una visione complessiva del lavoro subordinato porterebbe a una subalternità senza speranza. E tuttavia la riunificazione deve collocare il cambiamento della sua condizione in un quadro diverso dell’economia e dei rapporti sociali. Altrimenti il mondo del lavoro subordinato, senza una speranza, potrebbe vedere come unico sbocco la protesta, il populismo, perfino la destra.
In questo, il sindacato gioca un ruolo decisivo, perché occorre ricostruire l’unità a partire dai luoghi di lavoro, dentro le contraddizioni reali. Il sindacato oggi è indebolito, ma può ricostruire un rapporto di fiducia con i lavoratori, che ancora c’è. Lo stesso discorso non vale per i partiti della sinistra, le cui difficoltà oggi stanno nel non essere spesso tali e nel non riconoscere di dover rappresentare l’emancipazione dei lavoratori subordinati. Mario Tronti ha scritto che non si può rappresentare questo popolo nella semplificazione di un nome sulla scheda, aggiungendo che la sinistra soffre perché non ha nulla da dire, svelta a buttare via le idee del passato e a prendere le parole dal vocabolario dell’avversario. A ciò serve una piattaforma unificante. Partecipazione, rappresentanza, salario minimo, salario nelle fasi di non lavoro e per il lavoro, reddito sociale contro lo scivolamento nella povertà, riduzione dell’orario, stesse regole fiscali per tutti i redditi con una vera progressività, Stato sociale costruito sulla Costituzione, definendo i diritti dei cittadini per salute, pensione, istruzione, conciliando il lavoro con la salute e l’ambiente. Gli obiettivi sociali unificanti prefigurano un altro modello di sviluppo. L’alternativa è l’orizzonte e, allo stesso tempo, il catalizzatore per un’operazione politica di grande forza ed è fondata sulla critica alla società, per realizzare un mondo diverso e migliore.
Senza questo l’economia politica si riduce ad amministrazione dell’esistente. Senza l’ambizione di una diversità economico-sociale, da realizzare nella democrazia, anche la riunificazione del mondo del lavoro rischia di essere impossibile. Se è vero che abbiamo 10 anni per salvare il pianeta, se è vero che senza mettere sotto controllo la finanza, l’economia mondiale è condannata ad altre devastanti crisi, ne consegue che un altro modello economico è necessario, ma potrebbe venire alla luce senza il contributo del mondo del lavoro subordinato e della sinistra. La destra populista potrebbe raccogliere la disperazione creata dalla politica di austerità, che prima ha consentito alla crisi di esplodere in nome della capacità del mercato di autoregolarsi e poi si è candidata a guidarne il superamento con i risultati che sono sotto i nostri occhi.
* Presidente Ars (Associazione per il rinnovamento della sinistra)
Fonte: rassegna.it




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