Perugia vista dal “curvone del murajone”
di Leonardo Caponi
PERUGIA - Il “curvone del murajone”, come lo chiamano i perugini, cioè la curva a gomito di Viale Indipendenza, che ne unisce i due tratti rettilinei nell’ultima salita verso il centro, è un ottimo punto panoramico. Come i “Giardinetti”, ovvero i Giardini Carducci, la cui magnifica posizione ispirò i versi del poeta toscano, quel tratto di strada offre una splendida e larga veduta sulla prospettiva lontana e su buona parte della città che sul quel versante, godendo del declivio più dolce e della posizione a “poventa”, cioè riparata (parzialmente) dal vento di tramontana, ha segnato il maggiore sviluppo dei quartieri moderni. E’ percorso dai cortei (oggi in verità sempre più rari) di protesta, da quelli politici e sindacali, che in quel tratto sono più vivaci e rumorosi in prossimità dell’arrivo nella piazza del comizio. In una fredda e luminosa mattina del febbraio del 1961 il curvone brulicava, come mai si era visto, di gente che aveva scelto quel luogo, considerato strategico, per godersi lo spettacolo dell’ultima eclisse totale di sole del secolo visibile dal nostro Paese. Furono concentrate lì le scolaresche delle scuole elementari, medie e superiori che, in mancanza di tecnologie più sofisticate, poterono seguire l’evento con dei semplici vetrini anneriti, fatti preparare e distribuiti in quantità dal Provveditorato agli Studi.
La curva del murajone a Perugia porta con se, purtroppo, quasi a dispetto della ariosa bellezza dello scenario, anche una triste e lugubre memoria: era il luogo dei suicidi. Vi si dovette porre rimedio, negli anni ’60, con la realizzazione della rete di protezione, non bella a vedersi ma per la quale, una volta tanto, è stato giusto violare, per un nobile scopo, le ragioni della tutela ambientale.
Dal curvone del murajone, meglio, molto meglio che da un libro stampato o dai fascicoli dei piani regolatori, si può “leggere” la storia urbanistica moderna della città. E si possono capire molte cose. La stratificazione urbana è distinta nettamente in epoche diverse. La fascia immediatamente a ridosso del centro storico, appena al di sotto della “circonvallazione”, risale agli anni ’40 e ’50. E’ costituita in genere da edifici dimensionati di aspetto gradevole e stile classico rotondeggiante, diverso da quello spigoloso della Perugia antica, difficilmente definibile, ma comunque elegante, destinati in origine ad una borghesia impiegatizia, statale e professionale medio alta. Gli anni ’70 segnano la prima grande espansione urbana in corrispondenza con l’industrializzazione, l’aumento degli indici dello sviluppo, la crescita demografica e l’esigenza di reperire nuovi spazi. Sono anni d’oro per la città ed è un tempo nel quale si cerca di conciliare le ragioni del mercato con quelle della socialità. Nascono quartieri nuovi o si sviluppano vecchi e piccoli insediamenti preesistenti. E’ il caso di Case Bruciate, Borghetto di Prepo, Madonna Alta, Ferro di Cavallo, zona Cortonese, S. Quirico, una parte di Fontivegge. Ad essi si possono aggiungere, comprese nel medesimo quadrante di osservazione, Monte Grillo ed una parte di S. Lucia. Nel corso degli anni era intanto proceduta, in maniera quasi impercettibile ma costante, la crescita di costruzioni, edilizia popolare, ma anche palazzi e case private, nelle aree discendenti del Colle Landone, fino a collegare senza soluzione di continuità la stazione ferroviaria al centro storico. In questo panorama urbanistico, non mancano elementi stonati (uno per tutti il cosidetto “grattacielo del rettifilo”, cioè il palazzo di irragionevole altezza dominante il Parco della Verbanella in via XX Settembre). Esso però, pur con un andamento irregolare, è in genere caratterizzato da costruzioni non aggressive, contenute in altezza e disposte su spazi spesso scoscesi, come accade in questa città, ma ragionevolmente estesi e capienti. Il già citato Parco della Verbanella o della Pescaia è un po’ il fiore all’occhiello di una concezione pronta a sacrificare anche aree di grande pregio ad una urbanistica a dimensione umana. Nell’area compresa tra il cavalcavia della superstrada e la Stazione FS e nei dintorni di quest’ultima, la densità costruttiva subisce una evidente impennata. Siamo a Fontivegge Bellocchio. I suoi complessi residenziali si stagliano come poderose fortezze concentrati in una porzione di terra stretta per contenerli tutti e fanno salire alle stelle il carico urbanistico generale. Sono il prodotto dell’ultima epoca, quella cominciata negli anni ’90, che impone il dominio assoluto del mercato e fa della riduzione dei costi e del massimo guadagno una vera e propria ossessione. I nuovi palazzoni convivono con i vecchi immobili degli anni ’30, contribuendo a dare una immagine di incompiutezza generale ad un progetto che, forse fin dall’inizio, sarebbe dovuto apparire sovrabbondante e troppo ambizioso e che, ora, sarà difficile recuperare.
Conclusione, sul fino dello scherzo. Sarebbe utile mettere, per tutti coloro che si candidano a guidare Perugia, l’obbligo di fare una piccola passeggiata sulla curva del murajone, per vedere quel che è stato fatto bene, meno bene o male. Ne trarrà giovamento il futuro di questa città.




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