Giornalismo, nome fascinoso di una professione ambita e invidiata, orgoglio di chi la pratica, sogno di molti giovani. Alte retribuzioni, gratificazioni professionali, considerazione sociale, notorietà, tutti gli ingredienti del nuovo idolo del nostro tempo, il “successo”, sono attribuiti e abbinati, nel senso comune, al lavoro del giornalista.

 

A ben vedere anche la capacità attrattiva e il successo del Festival di Perugia, evento di cui si parla e su cui si polemizza in questi giorni, ha molto a che fare con questa considerazione del giornalismo. Se si fosse fatto o si facesse il festival di un qualcos’altro che non fosse in questo modo scolpito nell’immaginario collettivo, a seguirne lo svolgimento non ci sarebbe certo tutta quella gente e così tanti giovani, ma i soli addetti ai lavori o forse nessuno.

 

Ma, il giornalismo è, ancora oggi, una professione dorata?

Gli iscritti all’ordine professionale (professionisti e pubblicisti) in Italia sono circa 100mila. In realtà, quelli che svolgono in maniera esclusiva o prevalente la professione sono nemmeno la metà, 40/50mila. Di questi, i “contrattualizzati”, cioè coloro che prestano la loro opera con regolare contratto sottoscritto su base nazionale dal sindacato di categoria e la controparte imprenditoriale, sia essa rappresentata da editori di giornali, di emettenti televisive private o che altro, sono una netta minoranza, poco più di 15mila.

 

L’informazione oggi in Italia la fanno i precari e i free lance. Il loro reddito medio annuo è di 13mila euro; lavorano in condizioni retributive e normative irrispettose e spessissimo umilianti, della tipologia professionale alla quale appartengono e della qualità della prestazione che offrono. A questo quadro fa da cornice, oggi, una crisi nerissima dell’informazione nella quale gli elementi strutturali prevalgono su quelli congiunturali. Si somma l’effetto combinato del calo dei lettori, di quello del mercato pubblicitario, dei processi di concentrazione di quest’ultimo, dell’introduzione e dei costi di nuove tecnologie, del taglio drastico al fondo statale per l’editoria.

 

Le conseguenze di questa crisi sono la riduzione dei posti di lavoro e una vera e propria “esplosione” delle richieste di cassa integrazione e di altri ammortizzatori sociali, che stanno mettendo in discussione la sostenibilità del sistema previdenziale e assistenziale dei giornalisti.

 

Inutile dire che la speranza di molti giovani bravi e meritevoli ed anche di spiccato talento, di poter fare questo mestiere sta svanendo o comporta il prezzo di un umiliante e interminabile precariato.

Il governo, che dovrebbe fare una legge di sistema, assiste invece impassibile di fronte all’anarchia di un  settore nel quale nuove forme di comunicazione (quella via web o digitale) si sviluppano senza regole e senza garanzie di professionalità e pluralismo.

 

Gli editori, che in Italia vivono sempre la condizione ambigua di essere industriali o finanzieri prima che editori, reagiscono alla crisi tentando di scaricarne le conseguenze sui corpi redazionali in termini di esasperata riduzione dei costi, ulteriore flessibilità e precarizzazione del lavoro giornalistico. In questo modo essi si rivelano non vittime, come pretenderebbero, ma componenti della crisi.

 

La Fieg, Federazione degli editori, si è perfettamente allineata con Confindustria, nella crociata contro il contratto nazionale di lavoro. Si è a lungo temuto che gli editori “denunciassero” il contratto della carta stampata che è giunto a scadenza nelle scorse settimane. Dopo lunghe tergiversazioni padronali la trattativa si è finalmente avviata, ma non promette niente di buono né sulla parte normativa, tanto meno su quella retributiva.

 

 

Ora, parlare del giornalismo senza mettere in prima pagina queste cose, significa tradire la realtà. Se c’è un rilievo che si può fare al Festival di Perugia è quello di dare del giornalismo una immagina monca del dramma che sta vivendo. E’ vero che nella kermesse perugina c’è compreso tutto, ma il messaggio prevalente che emerge, condizionato dalla formula commerciale e dalla presenza dei grandi nomi, o presunti tali, del giornalismo, che vengono spiegare la retorica del mestiere e il loro successo, è quello idealizzato di una professione speciale. Sarà forse una manifestazione utile al centro storico della città (mah! discutibile anche questa idea che lo sviluppo oggi si basi solo sull’”immagine”!); di certo il Festival, dal punto di visto del “giornalismo”, non ha lasciato e non lascia traccia.

 

E’ giusto metterci tutti quei soldi pubblici che ci sono stati messi?

 

Leonardo Caponi

 

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