Se non è partecipata, non è vera democrazia
L’incipit dell’odierno editoriale intendo dedicarlo a coloro che, leggendomi ed anche quindi criticandomi, ritengono a giusta ragione di intervenire per sollecitare precisazioni e chiarificazioni in ordine alle mie mutate opinioni sulle vicende umane e politiche del più recente periodo storico.
In via di stretta sommarietà, replico che solo gli stolti si attengono testardamente ad idee conseguenti a pregiudizi e ad errate interpretazioni della realtà circostante e che invece, con rigorosa coerenza, molti dei ripensamenti sulla visione complessiva della mia personale esistenza sono stati il frutto di prolungate, sofferte e travagliate analisi di schietta, spassionata e perfino impietosa autocritica che ho desiderato e desidero offrire all’attenzione dei miei concittadini affinché ad ognuno sia concessa la possibilità di cambiare e, auspicabilmente, di cambiare in meglio.
Spero che anche a me si confaccia una espressione attribuita ad un sottile pensatore del Novecento, che ebbe a dire: “Tardi, ma in tempo”.
Ed ora, veniamo al tema che mi preme affrontare.
Una delle questioni centrali di una democrazia che aspiri ad essere completo contenitore del più ampio pluralismo ideale e culturale è, senz’altro, il tema delle rappresentanze: istituzionali, politiche, sindacali, sociali et cetera.
La rappresentanza, in se stessa, rientra nella variegata gamma delle deleghe che un cittadino o una più o meno numerosa cerchia di cittadini, i rappresentati, affidano a un terzo cittadino, il rappresentante, affinché tuteli e garantisca nelle sedi di competenza gli interessi, le istanze, le esigenze e i bisogni di coloro che hanno conferito la delega medesima. Spesso avviene che detta delega viene rilasciata in bianco e il mandato, in essa racchiuso, tende così a dilatarsi a dismisura tanto da rendersi non più vincolante e non più soggetto a controllo. In queste circostanze, il rapporto fiduciario tra rappresentati e rappresentante si incrina, fino a spezzarsi, con tutte le conseguenze che si possono ben immaginare.
La rappresentatività è, invece, la capacità naturale di farsi interprete dei sentimenti diffusi e della forma di pensiero comune a più persone e si estrinseca in un processo di identificazione all’interno del quale, con consapevole coscienza, una parte si sente porzione del tutto e il tutto ha in sé la forza di assorbire le singole porzioni e di saperle rappresentare o individualmente o comunitariamente.
Si può, a questo punto, afferrare il concetto che non sempre rappresentanza e rappresentatività siano categorie ideali coincidenti. Accade infatti molto spesso che chi, a buon diritto o casualmente, sia riuscito a divenire rappresentante di un qualcosa non sia poi in grado di essere effettivamente rappresentativo di quel qualcosa; come, al contrario, chi avrebbe in sé tutte le qualità per beneficiare del dono della rappresentatività non automaticamente potrà essere chiamato a svolgere ruoli di rappresentanza, per congiunzioni astrali non propizie o avverso destino.
E’ uno dei mali, se non il peggiore, dell’attuale fase storica vissuta dalla politica italiana per cui, inevitabilmente, i rappresentanti del popolo non più rappresentativi della società nel suo articolato complesso determinano quella barriera, spesso invalicabile, tra Istituzioni e Cittadini.
Al fondo di tutto ciò vi è la crisi di credibilità della politica e dei suoi ceti dirigenti con la conseguenza che il cittadino, singolo o associato, non si riconosce più nei suoi rappresentanti perché non li ritiene degnamente rappresentativi. Il riconoscersi o il riconoscimento, non la riconoscenza che forse non è di questo mondo, in una istituzione di rappresentanza passa dunque, inconfutabilmente, attraverso un sentito e saldo rapporto di rappresentatività.
Onde concludere, la scala dei valori va allora capovolta: è degno e valido rappresentante solo chi sa essere rappresentativo in quanto, in lui, ci si riconosce poiché depositario di affermata e consolidata credibilità e, inoltre, tale rapporto non può che stabilmente cementarsi se non attraverso una permanente e diretta democrazia partecipativa o, meglio ancora, del tutto partecipata.
E’ un tema scottante: fino a quando, però, la politica storcerà il naso in segno di rifiuto a compiere il suo naturale e doveroso svolgimento, tanti nodi verranno al pettine più intrigati e intriganti che mai!.
Mario Tiberi




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