di Leonardo Caponi

 

PERUGIA - La grande assemblea di Piazza Grimana (merito agli organizzatori!) lascerà un segno sul futuro del centro storico? E, se si, quale?

   All’inizio degli anni ’70 la città di Perugia contava circa 120mila abitanti. Di questi oltre 30mila vivevano nel centro storico su un totale di 75mila residenti nella cosidetta città compatta, cioè il nucleo urbano; gli altri erano localizzati nelle frazioni. Oggi, a quaranta anni di distanza, su un totale di circa 160mila abitanti (c’è sempre una difformità nei censimenti a seconda che siano Istat o comunali, perché riflettono movimenti diversi, ma lasciamo perdere) i residenti del centro storico stazionano intorno ai 9mila, quelli della città compatta assommano a poco più di 50 mila, comprendendo il popoloso quartiere di Ferro di Cavallo e circa 110mila sono “dispersi” nelle frazioni o nelle aree periferiche.  Questo vero e proprio sconvolgimento ha una qualche relazione con i problemi della città a cominciare dalla “sicurezza”? Lo spopolamento del centro storico e il decentramento di sedi, funzioni amministrative e civili e di attività commerciali e produttive (da alcuni definita col termine forte di desertificazione) ha provocato o meno nei vecchi borghi un vuoto “fisico” (oltre alla scomparsa di luoghi e centri di discussione culturale e intellettuale) vuoto nel quale hanno avuto buon gioco a inserirsi e prosperare le attività criminali, piccole o grandi che siano? E, di corrispettivo, nelle aree di nuova e intensa urbanizzazione, con relativa congestione abitativa e commerciale, si sono registrati, in maniera apparentemente paradossale, i medesimi fenomeni di disgregazione sociale e di insorgenza di fattori di insicurezza e di abbassamento della qualità della vita?

   La risposta a questi interrogativi è cruciale, poiché da essa dipende la direzione di marcia che si immagina per il futuro. Se le risposte fossero negative, se si pensa cioè che le difficoltà della vita urbana siano un dato generale, comune a tutte le città o, come anche si sente dire, che esse siano un inevitabile portato della “modernità”, una politica di piccoli aggiustamenti o interventi di miglioramento parziale sarebbero adatti allo scopo, rappresenterebbero la massima ambizione e, di converso, il massimo merito possibili. Attività di manutenzione urbana, abbellimento di spazi, progetti di recupero di singole aree o vestigia storiche (non importa, sia detto tra parentesi, se nuovi o più volte esibiti) , eventi, più o meno grandi, comunque occasionali, di affluenza al centro storico sono il “sale” di questo modo di concepire la realtà e il vanto da esibire di fronte ad una eventuale insoddisfazione pubblica. In questo ambito i temi della sicurezza diventano in toto o comunque in assoluta prevalenza, un problema di polizia e vanno affidati alla recrudescenza dell’azione repressiva. Del resto, non è questo quello che vuole la gente?

    Una risposta di segno diverso chiama in causa una visione strutturale dei problemi.  Il punto si sposta dalla manutenzione al cambiamento delle condizioni esistenti, laddove per condizioni esistenti si intende il modello di sviluppo della città, ovvero il suo modo di immaginarsi per gli anni a venire. Una sintesi efficacie di questo modo di ragionare può essere rappresentato dalla seguente suggestione: ristrutturare lo spazio fisico di Piazza Grimana è certo importantissimo, ma se poi non c’è gente (gente “perbene”) che torna a camminarci sopra, a che sarà servito?! Tornerà ben presto ad essere territorio sotto il controllo degli spacciatori. E non potremo certo riempire ogni angolo della città di posti di polizia e di gente in divisa.

     Il centro storico di Perugia non ha bisogno di piccoli interventi; c’è urgenza di una politica organica. Rieccoci, si potrà dire, con le cose complicate e astruse! No, no, è meno complicato di quanto sembra. Anche perché il primo atto è semplicissimo: smettere di costruire le grandi volumetrie all’esterno.

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