L'ultima telefonata tra un presidente americano e un leader di Teheran - prima di quella fra Barack Obama e Hassan Rohani - risale al 1979, 34 anni fa, subito prima della rivoluzione islamica e quando l'Iran si chiamava ancora Persia, quando gli Stati uniti non disdegnavano affatto, come innumerevoli volte è accaduto nel corso della storia passata e più recente, di sostenere un regime dittatoriale, dispotico e sanguinario. Del resto - e questa è la sola cosa che per tutte le amministrazioni americane ha sempre contato - Mohammad Reza Pahlavi aveva disciplinatamente attuato una politica economica estremamente favorevole agli Stati Uniti e all'Occidente, permettendo alle multinazionali di sfruttare le risorse del paese. E questo annullava alla radice qualsiasi perplessità "democratica" degli Usa circa l'opportunità di sostenere senza riserva alcuna quel regime.

Già nel 1953, quando una rivolta capeggiata dal primo ministro Mohammad Mossadeq aveva destituito e esiliato Reza Pahlavi e quando il parlamento aveva approvato la nazionalizzazione dell'industria petrolifera, la reazione di Londra e degli Usa era stata durissima. Con l'appoggio decisivo della Cia e del Sis britannico l'esercito liquidò la rivolta e riportò lo Scià a Teheran. Da quel momento l'accentramento del potere divenne assoluto, il parlamento fu esautorato e la repressione di ogni forma, anche la più blanda, di opposizione, diventò brutale. Fu messo al bando il Tudeh, il partito comunista iraniano. Il regime, dismesso ogni paravento formale, divenne poliziesco, nelle mani della Savak, la polizia politica ai diretti ordini dello Scià. Si calcola che tra il 1953 e il 1978 vennero arrestate per reati politici centinaia di migliaia di persone e la tortura divenne una pratica ordinaria. Nel 1978 iniziarono in Iran una serie di manifestazioni di protesta e scioperi che continuarono a crescere d'ampiezza fino a diventare un movimento rivoluzionario. Il 19 agosto del 1978 430 persone persero la vita nella città di Abadan, a causa di un incendio di origine dolosa scoppiato all'interno di un cinema. La strage venne attribuita allo Scià e al Savak. In tutto l'Iran scoppiarono sommosse e manifestazioni, represse duramente dalla polizia, finché l'8 settembre in Piazza Jaleh a Tehran intervenne l'esercito che aprì il fuoco sulla folla di manifestanti mietendo numerose vittime. Ma il destino del regime era ormai segnato, e nulla potè il sostegno attivo allo Scià, sino all'ultima ora, da parte degli Stati uniti. Le foto ripubblicate in questi giorni dalla stampa di tutto il mondo, che immortalano Jimmy Carter e la moglie mentre trascorrono, ospiti di Reza Pahlevi, un Capodanno presso la Corte persiana, ricordano agli smemorati (e agli ipocriti) che la difesa dei diritti umani e men che meno "l'esportazione della democrazia" sono mai stati, in nessuna epoca, la bussola della politica estera americana. Il fatto che in un contesto politico ed internazionale totalmente diverso Barak Obama ristabilisca, dopo oltre trentacinque anni da quell'ultima telefonata fra Carter e lo Scià, un contatto con quello che fino a ieri figurava in primo piano nella lista degli "Stati canaglia", conferma che qualcosa di rilevante sta cambiando negli equilibri di un mondo non più rigidamente unipolare.

Dino Greco

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