I dati della situazione economica dell’Umbria sono pessimi. E sono persino peggiori di quelli che fotografano il disastroso quadro nazionale. Sono pessimi su argomenti delicati e fondamentali come la cassa integrazione, l’occupazione giovanile e il ricorso al precariato. A fronte di questo sfacelo le Istituzioni locali  paiono ferme, incapaci di dare una qualche risposta. L’attività amministrativa sembra ancora tutta proiettata a salvaguardare il sistema di governo e di potere. Un sistema messo in discussione, sul piano politico, anche dai fatti di questi giorni.

 

Ma come si sa in Umbria una discussione sulla “questione morale” è proibita. Com’è proibita una connessa discussione sulle ricette da mettere in campo per trovare soluzioni adeguate a questo disastro. Siamo nel profondo regno della conservazione.  Non c’è un’idea innovativa in giro. Le cronache di questo periodo continuano a propinarci notizie su aperture di grandi catene di negozi, di progetti per nuovi e megalitici centri commerciali, di altre iniziative sul fronte del cemento.

 

Sembra quasi che si stia vivendo nella regione del “bengodi”, nella quale girano milioni di euro da spendere. Invece c’è una crisi profonda ed aumenterà, e di molto, la gente che andrà nei nuovi “store”, in gita domenicale, non per comprare, ma solo per guardare.

Sappiamo che le risorse pubbliche sono poche, ma se quelle poche che girano vengano impiegate per reggere un sistema che, fra parentesi, fa acqua da tutte le parti, il quadro complessivo non potrà che peggiorare. Perché il punto nodale è proprio quello della gestione del governo locale. Occorre cambiare pagina.

 

Prima domanda : se le finanze sono poche e scarse, perché non vengono messe insieme? Perché il sistema umbro delle autonomie non si attrezza a fare una specie di bilancio unico dal quale poter ricavare qualche risorsa da destinare ad alcune indiscutibili priorità come quelle del lavoro e dei servizi sociali?

 

Seconda domanda perché in questo progetto non vengono utilizzati i fondi messi a disposizione degli enti locali dalle fondazioni bancarie, invece di disperderli in mille rivoli, che in molti casi assomigliano tanto a “marchette” politiche?

 

Terza domanda, perché non si comincia a puntare sul potenziamento di settori tradizionali come il turismo, i prodotti tipici e innovativi come la green economy e l’agricoltura biologica.  Proseguire nella politica della “calce e carrello”, che oltre a non trovare più mercato (la gente compra poco e gli appartamenti invenduti sono migliaia in tutta la regione), sono il viatico più pericoloso per le infiltrazioni malavitose, sarebbe folle.

Crediamo quindi che invece che parlare solo di primarie, di segretari, di equilibri di partito, di Renzi e di Cuperlo, sarebbe bene che la coalizione di centrosinistra venisse, al più presto, chiamata dal Pd per discutere di questi argomenti, per costruire un patto di fine legislatura in grado di produrre benefici reali ai nostri cittadini.

 

Gigi Bori

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