Pubblichiamo un estratto da Morire di non lavoro, di Elena Marisol Brandolini (Ediesse 2013), un'indagine sulla percezione soggettiva della crisi, proposta attraverso la tecnica del focus group, e applicata alle situazioni italiana e spagnola/catalana.

«Quando perdi il lavoro alla mia età, inizi un percorso di presa di coscienza della nuova situazione che ha diverse fasi. Nella prima, se, come nel mio caso, puoi accedere alla prestazione di disoccupazione, prevale il senso di fallimento, la perdita di status e d’identità; una disperazione sorda che, anche se non la metti in pratica, ti porta molto vicino all’idea del suicidio. Una seconda, in cui inizia un processo di adattamento, riprendi a combattere, provando a recuperare una qualche fiducia nel futuro, anche se si tratta di un futuro del tutto diverso da come lo avevi immaginato. Una terza, nella quale, se non interviene qualcosa a modificare la tua condizione di senza lavoro e avendo esaurita la prestazione di disoccupazione, la vicenda economica prende il sopravvento e ti rendi conto che da lì a breve non sarai più in grado di far fronte al pagamento delle spese fisse domestiche. Ecco, questa terza fase, che è quella nella quale sono appena entrata, è la fase della paura; ed è un momento delicato, difficile da gestire». Analizza così Soledad, una spagnola di cinquant’anni, la sua condizione di disoccupata di lungo periodo.

È soprattutto la perdita del lavoro ad agire sul riconoscimento sociale della persona, sulla sua utilità sociale. È perdita della libertà materiale, perché rende difficile, se non impossibile, il soddisfacimento dei bisogni elementari propri e della propria famiglia. Ma ancor prima è perdita dell’identità soggettiva, smarrimento, caos. La perdita di reddito è per lo più vissuta come un passaggio successivo a questo stravolgimento personale e spesso comporta una responsabilità verso gli altri che da questo reddito dipendono – famiglia e/o dipendenti di un’impresa. Quando la povertà materiale s’impone, è la dignità personale ad essere messa in questione. Si parla di «espulsione» dal processo produttivo, infatti, non solo per rappresentare la violenza e il trauma che comporta l’evento licenziamento, ma per il rischio che vi è nella sua possibile coincidenza con l’esclusione sociale.

Vi è un uso del corpo come gesto di denuncia nel tagliarsi le vene, come fa l’operaio del Sulcis davanti ai suoi compagni e alle telecamere di mezzo mondo; nel nascondere il volto dietro un passamontagna scuro, come gli operai dell’Alcoa, accampati su una cisterna, a 66 metri di altezza. Nuove forme di lotta portate quasi all’estremo, per far tornare visibile la propria condizione, avvalendosi dell’unica cosa che si possiede, il proprio corpo: «Una frontiera molto sottile separa la scelta nonviolenta di testimoniare con il proprio corpo dalla necessità disperata di usare la sofferenza del proprio corpo perché non resta altro».

Ogni anno, un milione di persone, nel mondo, si toglie la vita; ciò significa che ogni quaranta secondi si ha una morte da suicidio. Il numero di tentati suicidi può arrivare ad essere venti volte superiore alle morti per suicidio. «Il numero di vite perdute ogni anno per suicidio eccede il numero complessivo di morti dovute all’omicidio e alla guerra», si legge sul sito web della International Association for Suicide Prevention (Iasp), l’organizzazione internazionale non governativa, collegata con l’Organizzazione mondiale della sanità, che si dedica alla prevenzione del suicidio, operando in una cinquantina di paesi. E per quanto il suo presidente, Lanny Berman, si mostri scettico sul collegamento tra incremento del tasso dei suicidi e crisi economica, è abbastanza riconosciuto come, in questi anni di recessione economica, si sia registrato un incremento nel tasso dei suicidi in diversi paesi europei e negli Stati Uniti.

Ad ogni buon conto, anche nel caso in cui i dati d’incremento non risultassero statisticamente rilevanti, il concatenarsi di una serie di eventi apparentemente dovuti ad una stessa causa, com’è nel caso delle centinaia di suicidi occorsi in Italia motivati dagli stessi protagonisti con l’insopportabilità della crisi economica, dovrebbe essere sufficiente a richiamare l’attenzione su di un fenomeno sociale impossibile da oscurare.

Secondo dati dell’Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre (Cgia), con la crisi, e in particolare negli anni tra il 2008 e il 2010, in Italia, i suicidi per motivi economici sarebbero aumentati del 24,6%. Nel 2° Rapporto Eures - Ricerche economiche e sociali pubblicato nel 2012, «Il suicidio in Italia al tempo della crisi», si legge che, nel corso del 2010, i suicidi in Italia sono aumentati ancora del 2,1% rispetto al 2009, anno nel quale l’incremento era già stato del 5,6% rispetto all’anno precedente (i suicidi sono stati 3.048 nel 2010, 2.986 nel 2009, 2.828 nel 2008).

In Spagna, la cronaca, fino a poco tempo fa, non registrava casi di suicidio legati alla crisi economica. Ufficialmente, il problema sembrava non esistere. In Catalogna, con la motivazione di non voler provocare un effetto imitazione, si sarebbe determinata una sorta d’intesa tra governo della Generalitat e operatori dei trasporti pubblici per occultare i dati sugli «incidenti» occorsi in questi ultimi anni, che hanno determinato la frequente interruzione del servizio su rotaia.

Poi, il dramma degli sfratti ha cominciato a smontare l’immagine idilliaca di un popolo che soffre, ma va comunque avanti e finisce le sue giornate al bar sotto casa, davanti ad una birra. Perché più di uno ha preso a buttarsi dalla finestra, abbandonando a suo modo la casa da cui stava per essere sfrattato. E allora sono cominciati ad uscire alcuni primi dati sui suicidi e si è scoperto, ad esempio, che, nella sola Barcellona, tra il 2011 e il 2012, il numero di suicidi sarebbe aumentato del 58%.

In Grecia, il tasso dei suicidi, nei primi cinque mesi del 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010, sarebbe cresciuto del 40%; prima della crisi, la Grecia godeva di uno dei più bassi tassi di suicidio nel mondo. In Portogallo, dove i suicidi per lo più vengono mimetizzati tra le morti registrate come di natura incerta, secondo un recente studio epidemiologico, il tasso di mortalità da suicidio sarebbe rimasto sostanzialmente invariato nel periodo 1980-2009, ma ne sarebbe cambiata la composizione interna, risultando in decremento per i giovani e in crescita invece per i gruppi di età più elevata, più alto tra gli uomini che tra le donne e concentrato nel Sud.

In Irlanda, secondo dati del National Office for Suicide Prevention, dopo un trend decrescente del tasso di suicidi negli anni dal 2003 al 2008, si sarebbe registrata un’impennata nel 2009 (527 suicidi nel 2009, contro 424 del 2008), anche se questo incremento potrebbe in parte essere dovuto – si sottolinea nel Rapporto annuale 2009 – ad un cambiamento nella metodologia di calcolo applicata.

Secondo dati diffusi dall’Eures - Ricerche economiche e sociali nel Rapporto precedente a quello già citato, il tasso di suicidi nell’Europa a ventisette paesi, per il periodo 2005-2009, risulta mediamente pari a 10,3 su 100.000 abitanti. La Lituania sarebbe il paese in Europa con il più alto numero di suicidi, in quegli stessi anni, con un indice pari a 31,3 suicidi ogni 100.000 abitanti.

Dati crudi e pesanti, come in un bollettino di guerra. Per una generazione, quella di mezza età, che è stata la prima storicamente a non incontrare la guerra nel suo cammino. Ma che si è imbattuta in questa crisi economica che l’ha resa, oggi, la più esposta alle sue conseguenze.

 

Scheda del Libro “Morire di non lavoro”

«Volevo scrivere un libro sugli ultimi, su quelli che sono diventati gli ultimi con questa crisi e non ce la fanno più; oppure vanno avanti, inventandosi strategie di sopravvivenza. Volevo osservare, raccontare, non dare risposte, parlare di condizioni concrete, di donne e uomini concreti, provare a individuare alcune suggestioni. Volevo fare una denuncia delle classi dirigenti e di questa politica che non si occupa delle persone. Lo so, è qualcosa che mi riguarda, molto. È stata la mia personale strategia per resistere, fino a qui».
Con queste parole, l’autrice introduce un punto di vista differente sulla crisi economica, quello delle persone che ne sono colpite, denunciando le politiche di rigore dell’Unione Europea che strangolano le economie dei paesi e peggiorano le condizioni di vita dei cittadini, minandone la salute psico-fisica. L’indagine sulla percezione soggettiva della crisi, proposta attraverso la tecnica del focus group, è applicata alle situazioni italiana e spagnola/catalana, permettendone una lettura comparata, da cui emergono similitudini, peculiarità e differenze di comportamento rispetto a politiche che producono sofferenza e umiliazione nelle popolazioni, incontrando rabbia nelle piazze e disperazione nell’isolamento. Fino al suicidio, come risposta individuale che si fa collettiva e riempie di sé la cronaca degli ultimi anni. Mentre si strutturano strategie singole e di gruppo messe in atto dalle persone per resistere.

 

Autori: Elena Marisol Brandolini

Pubblicato nel: Settembre 2013

Pagine: 156

ISBN: 88-230-1791-7

Fonte: rassegna.it

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