Geologicamente il Mediterraneo è in continuo movimento. Ai suoi margini le placche continentali premono e spingono. «Per questo tra 50 milioni di anni il Mediterraneo sarà ridotto a pochi laghi che col tempo si prosciugheranno. Gli ammiragli che oggi giocano col Mediterraneo come se fosse la loro piscina personale, l'avranno davvero. Basta aspettare». In quest'area del mondo - spiegava il generale Fabio Mini in un saggio pubblicato da Einaudi lo scorso anno, Mediterraneo in guerra. Atlante politico di un mare strategico (pp. 320, euro 18,50) - si addensano rivolte rivoluzioni, repressioni, colpi di stato, guerre civili, aggressioni, guerre per delega, ingerenze umanitarie, guerre per il petrolio, per lo status quo, per cambiare, per la democrazia, per il fanatismo religioso, per il potere, per l'odio, per la sopraffazione o magari per niente, tanto per. Eppure oggi Il Mediterraneo non è più il centro del mondo, solo un'appendice o, meglio, una faglia tra grandi aree geopolitiche, una variabile indipendente sovradeterminata da strategie e interessi più ampi. Fabio Mini racconta, documenta, stabilisce analogie, si muove fra il presente e la storia, attinge a una conoscenza diretta. Mini ha prestato lunghi periodi di servizio negli Stati Uniti, in Cina, nei Balcani e nella Nato. E' stato capo di stato maggiore del comando alleato del sud Europa e comandante della forza internazionale di sicurezza in Kosovo.

Il Mediterraneo, si diceva, non è più il centro del mondo, ma ciò non toglie che non mantenga un valore strategico negli equilibri fra grandi regioni geopolitiche. Gli Usa hanno spostato da molto tempo il proprio baricentro geopolitico «dall'Atlantico al Pacifico e ora stanno muovendo il baricentro strategico e operativo dall'Europa, con la quale sono in molti settori in conflitto o competizione, all'Asia centrale e quindi all'Oceano Indiano per quanto riguarda la componente navale. E la cosa non dovrebbe meravigliare riconoscendo che proprio in quella aree si realizza la vera correlazione fra i problemi e gli obiettivi strategici». Il Grande Medio Oriente non comprende soltanto aree di crisi endemiche, ma anche «le maggiori riserve energetiche, il più aspro confronto ideologico dell'estremismo islamico e dei conseguenti sentimenti antiamericani e antioccidentali, le aree a maggior rischio di proliferazione nucleare (Pakistan, India, Corea del Nord), i flussi più importanti di organizzazioni criminali transnazionali». L'interesse americano è stabilizzare l'Iraq per aver «un fornitore affidabile e obbediente» e avere così reti di trasporto di greggio e gas che affranchino gli Usa «dalla dipendenza dei trasporti marittimi dai chope points dei Dardanelli, del Canale di Suez, dello stretto di Hormuz e degli stretti indonesiani»
«I terminali possibili delle linee terrestri di trasporto degli idrocarburi dai giacimenti dell'Asia centrale e da quella caspita si trovano su tre coste: del Mar Nero, del Mediterraneo orientale e dell'Oceano Indiano. Quest'ultima linea è senz'altro la migliore dal punto di vista economico, ma la più difficile sotto l'aspetto politico. Accrescerebbe ulteriormente la centralità petrolifera del Golfo Persico e rafforzerebbe la posizione e l'influenza dell'Iran. Per questa ragione, gli Stati Uniti si sono dichiarati sempre contrari a questa soluzione, portando avanti l'opzione mediterranea, ben più costosa, rappresentata dal passaggio attraverso la Turchia. Ma anche la Turchia ha i propri piani strategici e di fatto ha cominciato a staccarsi dal tradizionale alleato israeliano e dagli stessi Stati Uniti per avvicinarsi all'Iran». Da qui la necessità di estendere il controllo, di abbattere i regimi esistenti e instaurarne altri, quali essi siano, purché in grado di garantire partner economici remissivi. Ma non c'è solo il controllo energetico in gioco. Oggi gli Usa sono «la potenza militare per eccellenza», per quanto il suo ruolo nel mondo non sia più indiscusso come un tempo. «Il solo elenco di unità e armamenti occupa 14 pagine a doppia colonna del Military Balance. Quello della Russia ne occupa 11, la Cina appena 6, la Gran Bretagna e la Francia 5, l'Italia 3 e mezzo e la Germania 3». Il settore industriale militare è ormai il settore principale di produzione a totale costo pubblico. Si tratta di un potenziale bellico assolutamente sproporzionato rispetto alle reali minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, che quasi nessun'altra potenza sarebbe in grado di mettere a repentaglio. In realtà, la spesa militare «non è rivolta alla difesa del territorio e degli interessi pubblici, ma alla sopravvivenza di un immenso apparato autocomburente gestito da privati». Gli Stati Uniti si sono concentrati su «minacce invisibili». «Sfortunatamente questo fenomeno ha innalzato l'avidità degli operatori economici legati alla difesa che hanno visto nell'evanescenza della minaccia l'opportunità di sviluppare armi e servizi tecnicamente avanzati, infinitamente costosi e probabilmente inutilizzabili». L'apparato americano è troppo esteso, troppo sviluppato, troppo tecnologico perché possa essere depotenziato o smantellato o lasciato inutilizzato.
Un oggettivo motivo di interesse degli Usa alla destabilizzazione nel Mediterraneo, a superare l'attuale status quo, è la mancanza di basi americane dalla Turchia al Marocco, fatte poche eccezioni. Questo è il segno di «un evidente squilibrio, e anche deficit strategico, che si è fatto più preoccupante con il rinnovato interesse economico di molte corporazioni americane in Africa e con la linea strategica di contrastare l'espansione cinese in Medio Oriente e in Africa stessa».

La destabilizzazione dei regimi figli del nazionalismo arabo, il finanziamento delle élite emergenti che potrebbero prendere il posto delle attuali classi al potere, il sostegno a movimenti e rivolte che possono avere l'aspetto di rivoluzioni di massa spontanee e possono essere strumentalizzate nel gioco di strategie e interessi più ampi, è un copione abituale negli eventi che incorniciano il Mediterraneo. Anche se scritto lo scorso anno, il libro di Mini contiene un'analisi profetica di quanto sta avvenendo oggi in Siria. «In Siria viene replicato il cosiddetto modello libico che si fonda non tanto e non solo sull'intervento militare esterno, ma proprio sulla militarizzazione e sull'internazionalizzazione dello scontro. E' un modello vecchio come il mondo che parte dall'intervento violento delle forze governative di qualsiasi regime usando un pretesto fornito dalle opposizioni o costruito dai regimi stessi. Se si riesce a provocare la reazione militare dei regimi mentre la protesta è di tipo civile, s'innesca l'intervento “umanitario" esterno. Se la protesta si trasforma in rivolta violenta s'innesca la guerra d'insurrezione che viene sempre appoggiata da un esterno, e se anche le fazioni di protesta si militarizzano si ha la guerra civile. E ogni guerra civile ha il suo bravo intervento di “volontari" o alleati stranieri». Se le rivolte si evolvono in una militarizzazione significa che «i movimenti di protesta sono stati dei pretesti, consapevoli o inconsapevoli, ma pur sempre dei pretesti per la guerra e per gli interessi della guerra che non sempre coincidono con quelli degli stati, degli equilibri internazionali, dei diritti umani e della pace». La strategia di utilizzare le primavere arabe come esca per la militarizzazione della repressione ha molti precedenti. Ma non sempre funziona. In Egitto e Tunisia lo sviluppo non si è militarizzato perché i militari stessi si sono sganciati dall'intervento armato consentendo un'alternativa (almeno temporanea) alla militarizzazione. Il regime di Gheddafi e quello di Assad sono invece caduti nel tranello quasi immediatamente militarizzando la repressione». In Siria, però, gli eventi potrebbero prendere un'altra piega. Non si tratta di un paese isolato nelle relazioni internazionali - come la Libia di Gheddafi - è un paese povero, non ha petrolio, non ha risorse e ogni suo squilibrio «si riflette sull'intero quadro regionale attivando interlocutori non proprio sereni e pacifici come Israele, l'Arabia Saudita, l'Iran, l'Iraq e la Turchia con tutto il seguito di sponsor delle grandi e medie potenze internazionali».

Tonino Bucci

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