Comunisti e sinistra, ultima chiamata
di Leonardo Caponi
PERUGIA - Sono mesi fondamentali, quelli che stiamo vivendo, anche per la sinistra, alle prese con una drammatica crisi politica ed elettorale che, senza una svolta, sembra destinata a condurla, rapidamente, dal declino all’estinzione. Nelle scorse settimane si è svolto il congresso del Pdci mentre, prima della fine dell’anno ci saranno i congressi del Prc e di Sel. Sabato prossimo, 7 settembre, Essere Comunisti, forte componente di Rifondazione, affilerà le sue armi, mentre il giorno dopo Landini e Rodotà convocheranno tutti per una manifestazione in difesa della Costituzione, che molti sperano possa essere l’avvio dell’agognato rassemblement di forze ora divise e disperse.
Personalmente ritengo che le posizioni attualmente in campo non siano all’altezza della situazione. Mi pare di cogliere, in generale, una linea di continuismo e, al di là delle differenziazioni e delle dichiarazioni di prammatica, una volontà di conferma dello stato attuale di divisione organizzativa e strategica. Tutto questo mi sembra paradossale, perché reagire al declino riproponendo i motivi stessi del declino è la cosa più sbagliata del mondo. Ritengo che la deriva attualmente in corso richieda grandi scelte innovative e tempi rapidi di attuazione, che non sono compatibili con prudenze e attendismi comprensibili e anche doverosi in altri contesti e, soprattutto, non lo sono con resistenze dettate da posizioni di autotutela dei ruoli o promozione delle carriere di singoli o di gruppi dirigenti.
Compagni!; ma è pensabile, ancora, tenere in vita due partiti comunisti che, sommati insieme, non fanno per uno solo?! E’ evidente che vanno fusi!; ma come? Il punto è farlo in maniera aperta e partecipata per recuperare i tanti compagni che in questi anni hanno dismesso l’impegno politico militante e per coinvolgere i giovani che, comprensibilmente, diffidano della forma partito. Quindi il nuovo soggetto comunista non potrà essere la somma o la sovrapposizione di quelli esistenti, ma dovrà essere il prodotto di un processo “costituente” libero e inclusivo (aperto a partiti, movimenti, singoli) nel quale dovranno trovare spazio nuovi quadri e gruppi dirigenti per un generale ricambio di quelli esistenti. A proposito di questi ultimi, il punto non è quello di mandarli al macero, ma di chiedere ad essi un lavoro “disinteressato”, di seconda fila, per la costruzione e la direzione della nuova formazione. Sarà fondamentale, per quest’ultima, stabilire regole chiare sulle candidature e gli incarichi istituzionali, dal momento che…il problema è tutto lì.
Capisco bene le obiezioni allo scioglimento di organizzazioni che, come il Prc, hanno segnato la vita politica del Paese e, intimamente quello che più conta, quella di ciascuno di noi. Ma c’è un punto oltre il quale la resistenza non è più un atto di coraggio, ma diventa un errore politico e un elemento di irresponsabilità. Anche la scissione dal Pds e la costituzione della prima Rifondazione fu, innanzitutto, un atto di coraggio. Ma fu un coraggio fondato sul realistico esame della fase e dei rapporti di forza. Senza la giustezza di quella analisi, Rifondazione non sarebbe mai esistita!
Ora, si può anche ottimisticamente pensare che nell’Italia di oggi scoppi, come d’incanto, un sommovimento sociale che torni a premiare e rilanciare la sinistra; ma saremmo nel campo dell’immaginazione e dei desideri. La realtà delle tendenze attuali e dei rapporti di forza lascia presagire che possa accadere l’esatto contrario.
Unire i comunisti non basta. La presa delle idee liberiste e l’americanizzazione del sistema politico italiano è tale che è in discussione, e non c’è nessuno che possa non vederlo, la sopravvivenza stessa di una più generale e larga cultura della sinistra e financo quella di certe idee semplicemente liberalprogressiste. Bisogna allargare il fronte! I comunisti devono dare un contributo determinante alla costruzione di un più ampio soggetto politico democratico e di sinistra; un soggetto che riunisca tutte le forze a sinistra del Pd, che si realizzi quanto meno su base federativa o confederativa con programma comune e patto vincolante di unità d’azione e che, auspicabilmente, possa “intercettare” anche componenti deluse dallo stesso Pd. Mi pare evidente che la costruzione di una nuova formazione della sinistra non possa prescindere dalla conquista di una quota di elettori del Pd attuale. A questo proposito mi sembra proprio curiosa la preoccupazione di certi settori o esponenti della sinistra per la crisi del Partito democratico, preoccupazione che si spinge (è proprio vero, il radicalismo non ha mai un punto di equilibrio!) quasi al sentirsi in dovere, essi, di garantire la “tenuta” di quel partito. Credo, al contrario, che occorra lavorare (e la cosa non è semplice) per provocare una crisi del Pd. Il punto è come farlo per, come si dice, farla precipitare a sinistra e non verso il movimento 5 stelle.
A questo proposito si pongono due questioni assolutamente decisive. Il primo è il programma politico dei comunisti e della sinistra. Deve essere un programma di forte trasformazione, che si distingue in tutto dal pensiero dominante, ma è nel contempo realistico, si propone come alternativa “possibile”, appare commisurato a quella che è l’Italia di oggi, rifuggendo da fughe in avanti e pensieri di elìte minoritarie.
Ancora più determinante è la questione dei rapporti politici con il Pd. Su di essa si scontano, da tempo, i conflitti e le pene della sinistra. Speriamo che, per essa, non si debba pagare lo scotto di qualche nuova divisione nel futuro prossimo. Alternativi o alleati? Penso che la vera questione sia un’altra e si chiama “autonomia”. Il punto è realizzare una formazione politica culturalmente e politicamente autonoma; poi si potrà valutare, di volta in volta sulla base dei rapporti di forza e della situazione generale, se instaurare un rapporto di conflitto o di alleanza.
La stagione più fulgida di Rifondazione comunista fu sotto l’egida dello slogan “autonomia e unità”. Sarà stato forse un caso?




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